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    120 richieste al Gemelli di Roma per dipendenza da internet

    Non si fanno attendere nella Capitale gli sos dei “drogati del web”. Sono state circa 120 le richieste giunte in otto mesi all’ambulatorio dedicato all’Internet Addiction Disorder, nato a Roma a inizio novembre 2009 presso il Policlinico Gemelli per aiutare i cybernauti a dire addio alla dipendenza da social network, come Facebook e Twitter, ma anche blog, chat, amicizie, sesso virtuale e giochi di ruolo online. Un pianeta high-tech che rischia di rovinare la vita dei ’sempre connessì, e sembra già aver cambiato le abitudini della “generazione digitale”.

    «Le richieste e l’afflusso dei pazienti sono state costanti, con una media di circa 20-30 contatti al mese, a cui si aggiungono le telefonate dei genitori preoccupati per i figli adolescenti», spiega all’Adnkronos Salute lo psichiatra Federico Tonioni, coordinatore dell’ambulatorio. Nel corso dei mesi si sono delineate ancora di più due tipologie di pazienti: uomini di 25-40 anni, consapevoli di avere un problema anche perché hanno conosciuto un ’prima di Internet’, e gli adolescenti stregati in particolare dai giochi di ruolo sul web. E se a sviluppare la web-dipendenza sono soprattutto i giovani adulti sotto i 40 anni «in questi mesi a ’latitarè sono state le donne. Abbiamo ricevuto pochissimi contatti ’in rosà e questo anche se sappiamo che usano il pc, navigano e non disdegnano social network, blog e chat. Il fatto è che – precisa l’esperto – se anche hanno un problema, non chiedono aiuto».

    Il primo gruppo di pazienti individuato è quello di giovani adulti consapevoli di avere sviluppato un rapporto patologico con il web, variegato per età (da 25 a 40 anni) e per sottogruppo di dipendenza: soprattutto sexual addiction, passione per il gioco d’azzardo e i giochi di ruolo. In queste persone «abbiamo notato una tendenza ad attivare dinamiche di controllo sulla fedeltà via web – segnala lo specialista – Non mancano, insomma, i casi di chi si finge un altro e, sotto mentite spoglie, contatta la propria fidanzata su Internet, le propone la propria amicizia e ne spia le reazioni per vedere cosa fa». In generale, nel caso degli adulti scatta la consapevolezza di aver sviluppato un disagio, cosa che agevola la relazione terapeutica e l’adesione alla terapia, spiega lo specialista.

    C’è poi il fenomeno degli adolescenti e dei giovani da 13 a 20 anni, che vengono accompagnati in ambulatorio nella maggior parte dei casi dai genitori, fortemente preoccupati per la diminuzione della ’performancè scolastica e della vita di relazione al di fuori della Rete. «Spesso i genitori si limitano a telefonare e a chiederci consigli, preoccupati da un comportamento dei figli che non capiscono», dice Tonioni. Secondo l’esperto, che rileva come in alcuni casi mamma e papà si siano allarmati senza motivo, ormai il computer è parte dell’evoluzione del pensiero dei giovanissimi, «che ormai piuttosto che tenere un diario scrivono un blog. Ma in alcuni casi è come se si cristallizzasse in una forma patologica».

    Dunque sarebbe bene non avere pregiudizi, perchè l’uso che i ragazzi fanno della Rete «è nuovo, e non sempre patologico: gli elementi di novità hanno infatti un valore evolutivo. Ad allarmare deve essere invece lo sviluppo di un pensiero paranoide. Certo – ammette – è come se il web avesse aumentato la frattura tra genitori» pre-digitali e «figli» cybernauti. Non a caso «i ragazzi non si sentono in torto nel passare ore e ore davanti al pc, magari impegnati negli amati giochi di ruolo web mediati», nei confronti dei quali alcuni hanno sviluppato una dipendenza patologica.

    Ragazzi che Tonioni descrive come intelligenti, tendenti all’isolamento e – nel caso di quelli trattati presso il centro – con evidenti segni di una dissociazione dalla realtà prolungata. «Si tratta di un’esperienza che, in forma ’fisiologicà possiamo provare tutti: se ci mettiamo a navigare in Rete, dopo un pò è come sognare ad occhi aperti, come se fossimo ’scollegatì. A un certo punto però il nostro timer interno ci ’riattivà. Ma se si è abituati a stare per ore connessi – dice – poi si rischia di subire le conseguenze di questo stato sulla vita reale». Risultato? Si innesca una profonda angoscia tra i genitori «che – conclude – non riescono a entrare in contatto con i figli».
     
    Tratto da www.lastampa.it 
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