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    ADHD: evoluzione, dall’esordio all’età adulta

    L’età evolutiva è in quanto tale una fase di straordinario dinamismo, attraverso l’esperienza il bambino conosce e si conosce, in un crescendo di acquisizione di risorse, competenze e strategie. 

    Crescere è di per sé un atto aggressivo, il bambino scopre il mondo con tutta la forza che ha in corpo, è energico e vulnerabile allo stesso tempo, tecnicamente iper attivo in quanto bambino. 

    Ma quando una difficoltà nell’autoregolazione si affianca alle caratteristiche tipiche dell’età evolutiva si creano le basi per una condizione di frequente disagio e necessità di sostegno.
    Un disagio che si manifesta in tempi e modi simbolici della crescita del minore, quasi una rappresentazione esasperata dello sviluppo: 

    Nei bambini con ADHD nella fase prescolare si manifestano i picchi dell’attività motoria, la spinta al movimento può apparire continua, incontenibile, compulsiva.

    In questa fase larga parte delle manifestazioni comportamentali possono essere schermate e interpretate dai genitori, la gestione è quasi totalmente sulle loro spalle, non è automatico che venga rilevata la presenza di un problema.


    > All’inizio della scuola dell’obbligo si verifica la prima transizione: il passaggio da un contesto più sregolato e spesso adattato alle caratteristiche del minore ad una realtà più organizzata, con regole e routine: un impatto deflagrante. 

    Se la manifestazione dell’ADHD fosse rappresentabile dal passaggio di una meteora, l’ingresso alla scuola primaria sarebbe il momento senza nuvole, di massima visibilità del fenomeno.
    Il bambino non è pronto alle richieste scolastiche così lontane da quello che gli viene spontaneo fare, l’inserimento in classe è difficoltoso, gli insegnanti lamentano comportamenti inadeguati, il paragone con i coetanei ne evidenzia la distanza, e in qualche modo la promuove.

    Compaiono i sintomi cognitivi e, frequentemente comportamenti di sfida, i primi determinati dal gap tra le richieste e le risorse, i secondi spesso reattivi al vissuto di disagio e alle relazioni disfunzionali.

    > La scuola secondaria si accompagna ad un nuovo cambiamento, l’adolescenza. Già normalmente teatro di vissuti intensi, passionali e struggenti, diventa un terreno di profondo disagio emotivo. 

    L’iperattività si attenua, lasciando il posto a vissuti personali di instabilità e irrequietezza, difficoltà di regolazione emotiva, frequenti abbassamenti dell’autostima. E’ una fase di enorme delicatezza, è il cantiere dell’esordio nel mondo dei grandi, delle prese di posizione, dei ruoli e delle narrazioni di sé più consapevoli.
    Tutto il ciclo di istruzione secondaria è a rischio di condotte devianti, di emarginazione e vulnerabilità psicopatologica.

    > Infine arriva l’età adulta
    Un individuo su tre fortunatamente riesce a controllare e superare i sintomi, con prestazioni scolastiche rimaste talvolta inferiori ai controlli, verosimilmente per la mancanze di opportunità di studio equivalenti ai coetanei.  

    Nel restante 65-70% permane la sindrome, in più della metà di questi si strutturano disturbi dell’adattamento sociale, difficoltà nell’organizzazione del lavoro, rapporti e relazioni instabili.

    Ne consegue che, se il minore non è stato aiutato e sostenuto ad identificare le sue risorse in precedenza, se il suo nucleo non ha avuto appoggio e strumenti, questa esperienza si può estrinsecare in tutto un insieme di difficoltà che compromettono ogni dimensione all’interno della quale l’individuo è inserito: scuola, amicizie, famiglia, la stessa relazione della coppia genitoriale può esserne inficiata.
     
    Per tutti questi motivi diventa di grande importanza un intervento multimodale, un percorso mirato con il minore e con tutti gli attori di riferimento nel suo percorso di sviluppo, al fine di aiutare lui nella promozione della meta-cognizione, dell’autoregolazione, dell’autostima e dell’autoefficacia, e a sostenere genitori e scuola, fornendo loro risorse, strumenti e strategie.

    Sarà importante tenere presente la narrazione che il minore ha di sé, il modo in cui si vede e si  racconta, comprendere le dinamiche sottese ai comportamenti che si strutturano, individuarne rinforzi. 

    Come ricorda Bateson, a volte il sintomo è una risposta sana ad un contesto di comunicazione insano.
     

    Dr Francesco Cosco, Psicologo, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia della Salute, Docente nel corso "ADHD: strumenti e tecniche per la valutazione e il trattamento" organizzato da Obiettivo psicologia. 
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