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    Alzheimer: definizione e metodi di intervento

    L’Alzheimer, o più precisamente la Demenza Tipo Alzheimer, come viene definita dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è la più comune delle demenze senili.

    Si tratta di una malattia complessa, la cui prevalenza aumenta drammaticamente con l’avanzare dell’età, che comporta una sindrome cerebrale organica cronica e irreversibile caratterizzata da una progressiva perdita delle funzioni cognitive.

    I molteplici deficit cognitivi comprendono la compromissione della memoria (ossia della capacità di apprendere nuove informazioni o di ricordare informazioni già acquisite) e almeno una della seguenti alterazioni cognitive:

    • afasia (deterioramento delle funzioni del linguaggio)
    • aprassia (incapacità a eseguire funzioni motorie nonostante siano preservate le capacità motorie)
    • agnosia (incapacità a riconoscere o a identificare oggetti nonostante siano preservate le funzioni sensoriali)
    • un’alterazione del funzionamento esecutivo (incapacità a pensare in astratto, pianificare, organizzare, ordinare in sequenza).

    Tali deficit provocano una menomazione del funzionamento lavorativo o sociale del soggetto che ne è affetto e rappresentano un deterioramento rispetto al suo precedente livello di funzionamento.

    L’età di insorgenza dell’Alzheimer permette di distinguere due principali sottotipi: “con insorgenza precoce” se compare all’età di 65 anni o meno, “con insorgenza tardiva” se compare successivamente ai 65 anni.

    Fra le complicazioni che si possono associare alla malattia vi sono deliri e umore depresso, che costituiscono ulteriori sottotipi (DSM IV TR, 2004).

    Mentre la memoria a lungo termine rimane preservata più a lungo, la memoria a breve termine viene compromessa più precocemente, tanto che i malati possono dimenticare in pochi minuti ciò che hanno appena fatto o detto, e pertanto ripetere la stessa cosa più volte o fare discorsi confusi.

    Danneggiandosi le funzioni intellettive, oltre alla capacità di parlare, anche quella di scrivere e fare calcoli vengono progressivamente compromesse. Parimenti ai disturbi neurodegenerativi e a una serie di disturbi neuropsichiatrici, anche la componente comportamentale e le attività della vita quotidiana vengono danneggiate.

    Al fine di indicare turbe comportamentali clinicamente significative, come ad esempio il vagabondaggio, si può utilizzare la specificazione “con alterazioni comportamentali”.

    I vari disturbi psicologici e del comportamento, noti anche con l’acronimo BPSD (Behavioural and Psychological Signs and Symptoms in Dementia) rendono ancora più difficile la vita in famiglia.


    In ragione della sua complessità, tale malattia dovrebbe essere affrontata non soltanto con terapie farmacologiche ma anche con terapie non farmacologiche.


    Negli ultimi anni è aumentato l’interesse verso i programmi di riabilitazione indirizzati ai pazienti con demenza, in parte a causa della scarsa efficacia dei trattamenti medici convenzionali, i quali offrono una iniziale possibilità di alleviare i sintomi, ma non di arrestare o invertire il processo degenerativo.

    Così quando la malattia avanza, gli effetti negativi emergono con maggior invasività, la qualità di vita dei pazienti diminuisce drasticamente e si ricercano diverse forme di intervento.

    La terapia riabilitativa attuale non è più dunque mirata solamente al massimo recupero possibile delle capacità fisiche e cognitive che le condizioni cliniche del paziente consentono, ma si pone l’obiettivo di migliorare globalmente la qualità della sua vita favorendo l’instaurarsi di un nuovo equilibrio personale, familiare e sociale.

    Sono state messe a punto e sperimentate particolari metodologie di intervento rivolte a pazienti con deterioramento demenziale. Tra queste terapie non farmacologiche la più diffusa è probabilmente la ROT “Terapia di Orientamento alla Realtà” (Reality Orientation Therapy), ideata da Folsom, che ha l’obiettivo, attraverso una serie di domande e stimolazioni ripetute, di mantenere agganciato il paziente alla realtà ottenendo quindi sia un riorientamento personale/autobiografico che spazio/temporale.

    La modalità in cui applicare la ROT è duplice: formale (sedute riabilitative di gruppo) e informale (stimolazioni durante tutta la giornata da parte del personale e possibilmente dei familiari che convivono con il paziente). In questo modo si mira ad ottenere sia il mantenimento delle funzioni cognitive residue che l’incremento delle interazioni sociali.

    Un altro modello particolarmente diffuso è il Gentlecare, ideato da Moyra Jones, che, considerando le oggettive difficoltà che il paziente demente incontra interagendo con la realtà in cui vive, ha l’obiettivo di rendere quest’ultima il più possibile idonea a consentirgli l’autonomia riducendo le situazioni di stress, ansia, aggressività.

    La “protesi”, costituita dallo spazio, dalle persone e dalle attività progettate per l’anziano, si presenta sicura, familiare, confortevole divenendo così un ausilio concreto per il miglioramento della qualità di vita. Nello stadio avanzato della malattia le facoltà cognitive, e quindi memoria a breve e lungo termine, nonché il sistema motorio dell’individuo si intaccano a tal punto che la persona necessita di assistenza continua.

    Sarà essenziale in questa fase curare l’atmosfera ambientale (riduzione dei rumori ingerenti, di luci forti, ecc.) e adottare strategie relazionali basate sull’ascolto e sull’adeguamento costante della comunicazione verbale e non verbale (tono della voce, ritmo dell’eloquio, armonia di gesti e movimenti, ecc.) alle condizioni della persona.

    La terapia della Validazione (Validation Therapy), ideata da Naomi Feil, si può utilizzare con l’anziano con decadimento cognitivo moderato o severo le cui carenti risorse residue renderebbero fallimentari i tentativi di riportarlo alla realtà oggettiva e nel momento attuale.

    Questa terapia si basa sul rapporto empatico, sulla capacità di sintonizzarsi sul mondo interiore del paziente e di comprendere, e quindi validare, la sua realtà soggettiva.

    Si possono utilizzare diverse tecniche a seconda dello stadio della patologia: esplorare i fatti facendo domande, avvicinare il paziente e, se accettato, cercare il contatto, utilizzare un tono di voce pacato e rassicurante, un linguaggio semplice e chiaro, agire con calma informando su ciò che si sta facendo, rispecchiare gli stati emotivi attraverso le espressioni del volto e il comportamento non verbale in generale.

    Sulla stessa scia un altro approccio riabilitativo utilizzato con i malati di Alzheimer è il Conversazionalismo, ideato da Giampaolo Lai.

    L’applicazione di questo metodo alla malattia di Alzheimer parte dalla considerazione che nella fase intermedia della patologia il paziente riesce a fare discorsi articolati con parole corrette e frasi ben costruite che tuttavia non hanno un senso compiuto (afasia fluente).

    Il conversazionalismo distingue così fra due funzioni del linguaggio, quella comunicativa e quella conversazionale. Nei pazienti con malattia di Alzheimer la prima funzione, quella comunicativa, decade precocemente, mentre la seconda, quella conversazionale, rimane intatta più a lungo.

    L’obiettivo della terapia viene pertanto modificato, non si punta più a una comunicazione efficace, impossibile da perseguire quando decadono le funzioni cognitive necessarie per comunicare, ma a una conversazione felice, possibile da realizzare dal momento che le abituali regole del conversare, come il dare e prendere parola rispettando l’alternanza dei turni, rimangono preservate più a lungo.

    Scopo prioritario del conversazionalismo è quindi “realizzare delle conversazioni felici, in cui il paziente parli, parli il più a lungo possibile e il più felicemente possibile” (Vigorelli, 2005).

    Da menzionare è anche la Terapia della Bambola (Doll Therapy) sviluppata da Britt-Marie Egedius-Jakobsson, che utilizza appunto delle particolari bambole empatiche per favorire il benessere del malato.

    L’uso di queste bambole permette di ottenere diversi vantaggi, infatti accudendo la bambola la persona si impegna in un compito che nella sua semplicità gli consente di distogliersi da ideazioni e stati emotivi confusi e sconclusionati che generano quel disorientamento spesso alla base dei disturbi comportamentali.

    L’ansia, l’agitazione e le manifestazioni associate quali l’aggressività, il vagabondaggio o l’insonnia vengono modulati, come anche la depressione, l’apatia e l’inattività, pertanto il ricorso ai farmaci per contenere queste problematiche può essere ridotto.

    Inoltre prendersi cura della bambola (cullandola, alimentandola, cambiandole l’abito, ecc.) implica la stimolazione di funzionalità motorie residue relative alla memoria procedurale ed offre la possibilità al paziente di sentirsi ancora utile e di sperimentare emozioni positive esternando bisogni emotivo-affettivi ancora presenti.

    Infine indichiamo le artiterapie come valido supporto anche in questo tipo di patologie.

    La musicoterapia in particolare si è rivelata un metodo sicuro ed efficace nel trattamento dei sintomi ansiosi, depressivi e delle alterazioni comportamentali.

    Questi sono alcuni dei metodi con cui oggi si può, se non sconfiggere la malattia, quantomeno accompagnare le persone che ne sono affette in modo da valorizzare capacità e risorse residue ad ogni fase e rendere la qualità della loro vita quanto migliore possibile.

     

    Bibliografia
    Vigorelli P., Comunicare con il demente: dalla comunicazione inefficace alla conversazione felice, in «Giornale di gerontologia» 53 (2005) 483-487. Lazzarini G., L'educatore professionale. Per concorsi pubblici e percorsi formativi. I saperi dell'educatore professionale nelle strutture per anziani non autosufficienti, Rimini, Maggioli, 2013. 

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