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    Alzheimer: perché serve riconoscerlo presto

    Si dimentica ogni cosa…Cosa vuoi, è l’età…
    E’ sbadato, sì, ma sarà perché è rimasto vedovo da parecchio…
    Ma che ci vuoi fare, è semplicemente vecchiaia…
    E di malattia non si parla mai…Viviamo in un mondo in cui la figura della persona giovane è quella vincente: le modelle sono giovani, le idee sono giovani, gli uomini d’affari sono giovani, agli anziani rimane, al massimo, lo spazio in TV per la pubblicità di un adesivo per dentiere. Siamo abituati a pensare alla vecchiaia come ad una malattia, una malattia inevitabile che ci colpirà tutti e dalla quale non c’è scampo. E’ questo il motivo per cui, troppo spesso, le prime manifestazioni di ciò che fisiologico non è, come i disturbi di memoria recente, le mancanze nel linguaggio, i disorientamenti in posti meno noti, vengono “scambiati” per sintomi di semplice vecchiaia. E l’Alzheimer, strisciante, lavora nell’ombra.
    I dati clinici sulla malattia di Alzheimer che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stilato per questo 2011 sono a dir poco agghiaccianti: 36 milioni di casi durante l’ultimo anno e il fenomeno è in vertiginosa crescita, andando di pari passo con l’allungamento della vita umana e con l’aumento delle aspettative per quest’ultima. Siamo di fronte ad una popolazione, quella anziana, troppo spesso lasciata da parte dalla cosiddetta civiltà, che porta con sé tutta una serie di bisogni e diritti, primo fra questi il diritto alla salute.
    La malattia di Alzheimer è una malattia legata all’età, è una degenerazione della corteccia cerebrale e di alcune strutture ad essa associate, è progressiva, la sua prognosi è infausta e, a tutt’oggi, non esiste pastiglia in grado di arrestarla. Colpisce circa il 10% degli ultrasessantacinquenni e il 20% degli ultraottantenni che vivono in casa e, a tutti, fa molta paura.
    Un po’ per questa paura, un po’ per la scarsa informazione che ancora c’è attorno a questa patologia, un po’ per l’errata idea che molti hanno della vecchiaia come di un’età di inesorabile e definitivo declino, in generale capita spesso che anche la famiglia, medico di base incluso, tenda a minimizzare. Il risultato è che la diagnosi viene fatta quando compaiono i segni di una vera demenza, quando cioè siamo ormai allo stato avanzato della malattia. 
    Ma se la malattia è incurabile, non è assolutamente vero che non ci siano cose da fare, mentre la patologia compie i propri passi nell’arco di almeno una decina di anni dalla comparsa dei primi sintomi o dall’ipotesi diagnostica posta da uno specialista.
    Perché è importante anticipare la diagnosi? In primo luogo per poter mettere in atto alcune utili strategie. Farmaci e, soprattutto, interventi di riabilitazione cognitiva e di consulenza psicologica possono migliorare e di parecchio, cognitività, autonomia e qualità della vita delle persone con demenza allo stadio iniziale, oltre che ridurre lo stress dei familiari e ritardare l'eventuale istituzionalizzazione del malato. E non solo: considerando anche il non meno trascurabile aspetto economico, si calcola che una diagnosi tempestiva potrebbe far risparmiare 10mila dollari, in America, per ciascun malato. E questo potrebbe essere uno stimolo ai servizi sanitari per promuovere un’identificazione più rapida delle demenze. 
    Pur essendo a tuttora una malattia incurabile, ottenere una diagnosi accurata e tempestiva rimane assolutamente fondamentale. Fino a poco tempo fa l'incertezza della diagnosi lasciava margini di dubbio; ma oggi la situazione è cambiata: i farmaci attualmente esistenti hanno maggior effetto in fase precoce, possono far star meglio il paziente e la sua famiglia, migliorando la qualità di vita. La diagnosi precoce permette di rispondere agli interrogativi del malato e del familiare che se ne occupa, di prepararli entrambi a quello che verrà e di creare un'alleanza terapeutica.
    Per non parlare dei benefici scientificamente dimostrati che la riabilitazione cognitiva e la stimolazione della memoria e delle altre facoltà mentali hanno sui pazienti, soprattutto in fase precoce. Anche se il processo della malattia rimane irreversibile, è possibile rallentarlo di parecchio e, in alcuni casi, addirittura arrestarlo per un periodo di tempo definito, garantendo alla persona il mantenimento di una qualità di vita ottimale. Va da sé che, più precocemente e più intensamente si inizia la riabilitazione, migliore sarà lo standard qualitativo del momento e che verrà successivamente mantenuto.
    Ma l’intervento con il malato di Alzheimer non finisce certo qui; infatti con un’adeguata formazione pratico-teorica, è possibile per lo psicologo, non solo somministrare test neuropsicologici atti al riconoscimento della demenza in fase precoce, oppure attivare programmi efficaci di riabilitazione cognitiva e di ginnastica mentale tarati sui livelli e sulle capacità della persona che li richiede; ci si può anche trasformare in “consulente ambientale”, lavorando fianco a fianco con gli altri professionisti del benessere fisico e mentale al fine di “protesizzare” il più possibile l’ambiente in cui il malato vive, che sia esso lo spazio privato della propria abitazione oppure lo spazio più “pubblico” del salone di una struttura residenziale, o il giardino in cui camminare senza rischi inutili per la salute, oppure la sala delle attività comuni, o la biblioteca, o, ancora, lo spazio destinato a ciascuno in una camera da letto da condividere con altre persone.
    Lavorare con una persona affetta da demenza e rielaborare con lei e con la sua famiglia il vissuto, la cognitività e l’ambiente in cui si risiede assieme ai propri cari significa contrastare quotidianamente la malattia, lottando “corpo a corpo” per il mantenimento dell’autonomia. In poche parole, tentare di strappare a un mostro molto forte, ancora un giorno in compagnia dei propri ricordi.
    BIBLIOGRAFIA
    Le demenze – IV Edizione (M.Trabucchi; UTET, 2005). 
    Spector A, Thorgrimsen L, Woods B, Royan L, Davies S, Butterworth M and Orrell M (2003).  Efficacy  of  an  evidence-based  cognitive  stimulation  therapy  programme  for people  with  dementia: Randomised Controlled  Trial.  British  Journal  of  Psychiatry,  183: 248-254.
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