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    Bullismo e omofobia: origini del problema

    Fino al secolo scorso studiato come patologico e stigmatizzato come deviante, il comportamento omosessuale è oggi considerato dalle scienze (biologiche, psicologiche, sociali) una variante normale della sessualità, dell'affettività e del desiderio.

    Dell'attrazione per le persone del proprio sesso, molti studiosi (gli psicoanalisti in particolare, e più recentemente i biologi e i genetisti) hanno cercato di indagare le 'cause', ma nessuno è approdato a una risposta definitiva, o quantomeno convincente. Non sappiamo infatti come le forze biologiche, la genetica, la regolazione affettiva nelle relazioni primarie, le identificazioni, i fattori cognitivi, l'uso che il bambino fa della sessualità per risolvere i conflitti dello sviluppo, le pressioni culturali alla conformità e il bisogno di adattamento contribuiscano alla formazione del soggetto e alla costruzione della sua sessualità. Né sappiamo se sarà possibile rispondere a queste domande.

    Usiamo dunque le parole, coniate nella seconda metà del 1800, omosessuale e eterosessuale "in mancanza di meglio", riconoscendone valore d'uso e potenzialità descrittive. Buona regola sarebbe quella di usare "omosessuale" come aggettivo (persona omosessuale, relazione omosessuale, atto omosessuale), e di declinare "omosessualità" sempre al plurale, dal momento che solo un uso plurale può tenere in debita considerazione tutte le sfumature e le varianti (la stessa cosa, ovviamente, per le eterosessualità).

    Quantificare la percentuale di persone omosessuali nella popolazione generale non è facile. L'eventuale conteggio, per esempio, dovrebbe riguardare il numero di persone che compiono "atti omosessuali" (e, nel caso, quanti?) o il numero di persone che si autodefiniscono omosessuali?

    Del resto, se pratiche e affetti omosessuali sono sempre esistiti, il modo di nominarli, organizzarli e valutarli è storicamente e culturalmente specifico. Nel corso della storia, "l'omosessuale" è transitato dalla giurisdizione morale (lecito/illecito) a quella scientifica (sano/malato) fino a quella politica (soggetto di diritto) – portando ogni volta con sé qualcosa dello statuto precedente, ma anche cambiando di volta in volta "identità".

    I termini "gay" e "lesbica" oggi indicano un modo di "essere omosessuali" particolare e unico nella storia dell'umanità: soggettività la cui definizione implica un'intergrazione di orientamento sessuale, visibilità e identità sociale. Quello gaylesbico è un soggetto nuovo, la cui richiesta di cittadinanza nasce dalla necessità di vedere riconosciuti i propri diritti sociali e affettivi.

    L'omosessualità non è una categoria mentale, e la persona omosessuale non è un "tipo psicologico". Essere gay o lesbica non è un merito né un demerito. È una cosa che capita, e può capitare a tutti e in tutte le famiglie. Ciò che può assumere connotazioni culturali o psicologiche è semmai il "modo" in cui ciascun soggetto esprime (o nasconde) la propria omosessualità.

    Breve storia della de-patologizzazione dell'orientamento omosessuale

    Nel 1973 l'American Psychiatric Association (APA) inserisce una modifica sostanziale nel Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali (DSM), il sistema diagnostico più diffuso a livello internazionale: elimina la diagnosi di "omosessualità egosintonica", cioè l'omosessualità non vissuta come traumatica e accettata dal soggetto. Nel 1987 abolisce anche la diagnosi di "omosessualità egodistonica", dove l'orientamento omosessuale è indesiderato e vissuto in modo conflittuale. Viene così riconosciuto il legame tra la non accettazione del proprio orientamento sessuale e l'interiorizzazione dell'ostilità sociale ("omofobia interiorizzata").

    Nel 2000 l'APA emette un documento, Position Statement on Therapies Focused on Attempts to Change Sexual Orientation – Reparative or Conversion Therapies, in cui: a) disconosce qualunque trattamento psichiatrico basato sull'assunto che l'omosessualità possa essere un disturbo mentale e mirato a indurre il soggetto a modificare il proprio orientamento sessuale; b) sottolinea l'assenza di dati scientifici rigorosi a sostegno delle terapie riparative; c) mette in guardia dai danni procurati dalle stesse.

    Nel 2000, e con più decisione nel 2005, l'APA si esprime a favore delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, specificando che non si tratta di una presa di posizione "politico-legale" tout court, ma di un intervento per la tutela della salute psichica delle persone omosessuali, che devono poter beneficiare come tutti i cittadini dei vantaggi affettivi e cognitivi derivati dalla sicurezza e dal riconoscimento sociale delle loro relazioni.

    Omofobia e omonegatività

    Dopo avere abbandonato lo studio dell'omosessualità come patologia, la comunità scientifica ha rivolto la sua attenzione alla ricerca sugli atteggiamenti e i pregiudizi antiomosessuali. Con il termine omofobia, coniato nel 1972 dallo psicologo George Weinberg (oggi in parte superato e sostituito nella letteratura scientifica con il termine "omonegatività", più rispondente al fatto che la discriminazione antiomosessuale non assume la forma clinica di una fobia ma è invece riconducibile a un atteggiamento cognitivo e relazionale) si definisce il timore, l'avversione o l'odio irrazionali nei confronti delle persone gay/lesbiche (omofobia esterna), nonché il sentimento di disprezzo o inferiorità che alcune persone gay/lesbiche provano nei confronti di se stesse (omofobia interiorizzata).

    Nelle persone omosessuali la formazione di un nucleo di omofobia interiorizzata segue e inevitabilmente condiziona lo sviluppo individuale, esprimendosi in vari gradi e in modi dipendenti dal contesto e dalla fase evolutiva, ma sempre interferendo in modo pervasivo con il benessere psico-fisico (sul piano intrapsichico e interpersonale, ivi compresa la vita di coppia).

    Bullismo omofobico

    Il pregiudizio antiomosessuale è così endemico che probabilmente tutti i bambini sono esposti ai suoi effetti, che vanno dalla derisione, alla disapprovazione, all'attacco violento. Fin dall'infanzia, dunque, entrambi i sessi iniziano a sperimentare stimoli negativi nei confronti delle persone omosessuali. È così anche quando iniziano a diventare consapevoli delle prime manifestazioni del proprio orientamento sessuale. L'eterosessualità viene trasmessa come qualcosa di scontato e obbligatorio, così che l'autopercezione della propria diversità finisce per coincidere con un'idea di sé come sbagliato o addirittura malato. Secondo lo studio svolto da Barbagli e Colombo (2007, p. 61), "un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato a togliersi la vita, il 6% ha provato a farlo".

    Quando la dimensione di discriminazione attiva e violenta avviene tra pari nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza parliamo di bullismo omofobico. Il bambino identificato come omosessuale che rimane vittima di episodi di bullismo andrà incontro a rischi a breve e lungo termine di natura diversa: comportamenti di ritiro come l'abbandono scolastico, autoemarginazione e isolamento, alterazioni nella sfera affettivo-relazionale, problemi psicosomatici, depressione, ansia, insonnia, comportamenti autodistruttivi fino al suicidio.

    Il bullismo omofobico si discosta dalle comuni forme di bullismo per varie ragioni.

    1) Le prepotenze chiamano sempre in causa una dimensione nucleare del Sé psicologico e sessuale.

    2) La vittima può incontrare particolari difficoltà a chiedere aiuto agli adulti (teme di richiamare l'attenzione sulla propria sessualità, con i relativi vissuti di ansia e vergogna, e il timore di deludere le aspettative dei genitori). Tra l'altro, gli stessi insegnanti e genitori possono a volte avere pregiudizi omonegativi, da cui svariate conseguenze: reazioni di diniego che portano a sottostimare o negare gli eventi; preoccupazione per l'"anormalità" del bambino, con relativi propositi di "cura"; atteggiamento espulsivo che si aggiunge alle dinamiche persecutorie.

    3) Il bambino vittima può incontrare particolari difficoltà a individuare figure di sostegno e protezione fra i suoi pari. Il numero dei potenziali "difensori della vittima" si abbassa nel bullismo omofobico: "difendere un finocchio" comporta il rischio di essere considerati omosessuali.

    4) Il bullismo omofobico può assumere significati difensivi rispetto all'omosessualità. Attraverso gli agiti omonegativi, il bambino afferma il suo essere "normale" e la propria conformità al genere; le prepotenze omofobiche potrebbero essere l'unico modo per dare sfogo ad affetti omosessuali repressi.

    Fortunatamente a molti ragazzi gay e lesbiche non mancano la capacità e le risorse per fronteggiare con successo le esperienze traumatiche, riorganizzando positivamente la propria vita (resilienza). La consapevolezza e l'accettazione della propria «diversità» possono funzionare da rinforzo ad essere «migliori» per essere più accettati o almeno non penalizzati: un meccanismo compensatorio che può offrire una delle possibili spiegazioni della spinta all'autoaffermazione che troviamo in alcune persone gay o lesbiche, ma che, seppur «virtuosa», è conseguenza di una triste convinzione, che spesso è una consapevolezza: quella di dover «fare più degli altri» per farsi accettare.

    Fonte: http://www.aetnanet.org/catania-scuola-notizie-15030.html

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