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    Bullismo: un modello per gli insegnanti

    La vita sociale dei bambini e la loro vita scolastica devono andare di pari passo, anche se non hanno amici, se non sono accettati dai loro pari o sono vittime o autori di aggressione.
    Questo significa che non siamo in grado di comprendere appieno i fattori che portano a risultati scolastici senza conoscere l’ambiente sociale dei bambini a scuola.
    Ad esempio, i bambini che hanno pochi amici, che sono attivamente rifiutati dal gruppo dei pari, o che sono vittime di bullismo rischiano di non avere le risorse cognitive ed emotive per essere in grado di fare bene a scuola.
    Il bullismo può avere effetti a lungo termine sul rendimento scolastico degli studenti; comunemente etichettato come vittimizzazione o molestie da parte del gruppo dei pari, il bullismo scolastico è definito come l’abuso fisico, verbale o psicologico delle vittime ad opera di autori che intendono causare loro danno (Olweus, 1993).
    Le caratteristiche fondamentali che distinguono il bullismo dal semplice conflitto tra coetanei sono: 
    • l’intenzione di causare danni; 
    • episodi RIPETUTI di danno; 
    • uno squilibrio di potere tra autore e vittima.
    Colpi, calci, spintoni, insulti, diffusione di voci, esclusione e gesti intimidatori ad opera di coetanei più forti, sono tutti esempi di molestie fisiche, verbali o di natura psicologica.
    L’obiettivo di questo modello è quello di presentare la tipologia più tipica e diffusa di bullismo che influenza la vita di molti bambini ed è ormai etichettata come un problema di salute pubblica.
    L’insorgenza del bullismo scolastico è associata ad una serie di difficoltà di adattamento.
    Gli studenti che sono vittime di bullismo sono spesso gli stessi bambini che vengono rifiutati dai loro coetanei, che hanno bassa autostima, che sono depressi, ansiosi o solitari.

    Parte di questo disagio psicologico dipende anche da come le vittime percepiscono e interpretano le cause e i motivi della loro situazione.
    Ad esempio, ripetuti episodi di ostilità subiti o anche un singolo episodio isolato, ma particolarmente doloroso, potrebbero portare la vittima a chiedersi: “Perché io?”

    In assenza di prove contrarie, la vittima può credere che la colpa della propria situazione dipenda dalle proprie mancanze. Quindi, spesso le vittime  pensano: “Io sono una persona che merita di essere presa di mira”.

    E’ come se la vittima dicesse a se stesso: “Sono io il problema, le cose saranno sempre in questo modo, e non c’è nulla che io possa fare per cambiarle”.
    Questo senso di colpa può portare a molte conseguenze psicologiche negative perché le persone che fanno questa attribuzione tendono a sentirsi impotenti e al tempo stesso senza speranza.
    Oltre alle ricadute psicologiche, alcuni bambini vittime di bullismo hanno anche diversi sintomi fisici reali che portano a volte all’assenteismo da scuola.
    Non è difficile immaginare una vittima di bullismo cronico che diventa così ansiosa di andare a scuola da cercare di evitarla a tutti i costi. Le vittime di bullismo possono anche sviluppare atteggiamenti negativi verso la scuola, che poi si traducono in uno scarso rendimento.
    I problemi scolastici legati al bullismo iniziano già durante la scuola materna e si estendono negli anni dell’adolescenza.

    Tuttavia, è importante per gli insegnanti sapere cosa fare e cosa non fare quando si entra in contatto con situazioni di bullismo.

    Cosa fare:


    1.
    Reagire a qualsiasi incidente di bullismo di cui si è testimone. La maggior parte degli episodi di bullismo avviene in “spazi non controllati” come ad esempio corridoi, parchi giochi e servizi igienici in cui la supervisione di un adulto è minima. E’ importante per gli insegnanti essere più visibili in questi luoghi, per rispondere a tutti gli incidenti di bullismo di cui sono testimoni. Una risposta da parte di un insegnante comunica ai bulli che le loro azioni non sono accettabili e aiuta le vittime a sentirsi meno impotenti e più sicure.

    2.
    Gli insegnanti dovrebbero anche tenere d’occhio gli studenti fisicamente più piccoli rispetto ai coetanei, che si comportano o hanno un aspetto diverso dagli altri, dal momento che queste variabili sono spesso fattori di rischio per il bullismo. 

    3.
    Gli episodi di bullismo a cui si è stati testimoni possono essere utilizzati come “momenti di insegnamento”, cioè situazioni che aprono la porta per conversazioni con gli studenti su argomenti difficili, come ad esempio il motivo per cui molti giovani giocano un ruolo neutrale e non sono disposti a venire in aiuto delle vittime, oppure perché i bulli sono a volte più popolari tra i loro coetanei. 
    La maggior parte degli insegnanti non hanno la formazione adatta per affrontare questi temi particolari, quindi, dovrebbero richiedere assistenza professionale quando è necessaria al preside, da un consulente scolastico o lo psicologo della scuola. 


    Cosa non fare:

     

    1. Mai ignorare uno studente che riferisce di essere vittima di coetanei. Le vittime di bullismo tra pari sono spesso riluttanti a dire ai loro insegnanti le loro esperienze perché temono ritorsioni, oppure credono che i loro insegnanti non si preoccupino o non sono disposti a venire in loro aiuto. Purtroppo  tante vittime di bullismo a scuola “soffrono in silenzio”, ed è importante che gli insegnanti si interessino ad ogni incidente di bullismo. 

    2.
    E’ importante non adottare un’unica strategia per intervenire sul bullismo scolastico poiché esso può assumere molte forme: psicologico, fisico, può essere temporaneo o cronico. I bulli e le loro vittime sono sfide diverse e gli insegnanti hanno bisogno di adattare il loro intervento alle esigenze specifiche di ciascuno di loro. 

    3.
    Inoltre è importante non lasciare tutto il gruppo dei pari fuori dalla situazione; il bullismo coinvolge tutti, non solo i carnefici e le vittime. Molti studenti sono spesso testimoni di episodi di bullismo, ma assumere ruoli di indifferenza o di rinforzo incoraggiano i bulli. Gli studenti devono imparare che non esistono gli spettatori innocenti, ma tale comportamento di gruppo può indirettamente favorire i bulli. 
    Ci sono molte strategie di intervento per combattere e affrontare il bullismo nelle scuole; alcuni interventi sono disponibili in forma di programmi scolastici interi, altri si concentrano sui curricula d’aula, e altri ancora si rivolgono agli individui a rischio (tipicamente bulli).
    Alcuni programmi si concentrano sulla costruzione di abilità (ad esempio, rafforzamento delle competenze pro-sociali, le strategie di mediazione del conflitto), mentre altri si basano sulla punizione di comportamenti indesiderati ad esempio, le politiche di tolleranza zero.
    Tuttavia, va precisato che non bisogna fare troppo affidamento su un approccio di tolleranza zero, come potrebbe essere la sospensione o l’espulsione dei bulli dalla scuola; queste soluzioni a volte sono preferite perché presumibilmente inviano un messaggio al corpo studentesco che il bullismo non sarà tollerato.
    Tuttavia, la ricerca suggerisce che queste politiche non sempre funzionano come previsto e possono a volte rivelarsi controproducenti.
    I dati sull’ efficacia dei programmi sono limitati in questo momento; soprattutto limitati sono gli studi di valutazione che mettono a confronto i diversi approcci.
    Dando uno sguardo al panorama italiano, troviamo che il 35% dei ragazzi è stato vittima di bullismo, di cui uno su 3 a scuola.
    Purtroppo il fenomeno è in crescita: in base ai dati raccolti dal Centro nazionale di ascolto di Telefono Azzurro, nel biennio 2013-2014, su 3.333 consulenze, 485 ragazzi (il 14,6% del totale), ha affermato di essere stato vittima di bullismo o cyberbullismo.
    Le segnalazioni arrivano soprattutto da Lombardia (12,4%), Veneto (10,2%) e Lazio (7,2%).
    I bambini e gli adolescenti coinvolti sono principalmente femmine (nel 56,3% dei casi), tra gli 11 e i 14 anni (nel 40,6% dei casi).
    Infine, il 10,2% dei bambini e adolescenti coinvolti è di nazionalità straniera.
    Fonte: www.apa.org  
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