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    Come riconosci l’uomo di successo?

    La telecamera inquadra impietosamente il viso impenetrabile del personaggio misterioso e quello angosciato del concorrente: riuscirà ad indovinarne l’identità nascosta?

    I lineamenti decisi ed un atteggiamento dominante sono indizi che tradiscono l’identità di un manager, di un insegnante o di un domatore di serpenti?

    Ispirato ai film polizieschi americani e basato su una formula semplice che prevede premi in denaro – un concorrente deve abbinare ad individui sconosciuti altrettante identità, usando logica, capacità di osservazione e intuito da investigatore – il gioco delle emozioni altalenanti sul viso dei concorrenti è la chiave del successo del programma “Soliti Ignoti – Identità nascoste”, condotto da Fabrizio Frizzi su Rai Uno. Se alcuni personaggi possono essere facilmente riconoscibili già ad una prima occhiata, a volte l’aspetto dell’individuo sconosciuto è ambiguo, può confondere il concorrente e metterlo fuori strada.

    Riuscire a decifrare gli indizi dell’inganno, i “volti della menzogna” e riconoscere facilmente le persone per quello che sono, è una abilità sociale che può essere molto utile nei rapporti interpersonali. Un portiere d’albergo sa riconoscere con una sola occhiata un uomo di successo, al pari di un commesso di un negozio di abbigliamento, di un barman di un bar esclusivo, o di un impiegato di una agenzia di viaggi. Quali indizi entrano in gioco?

    A partire dagli anni Cinquanta, gli studi pioneristici di ricercatori, tra cui spicca Paul Ekman, sulla psicologia delle espressioni facciali, hanno cercato di porre la scienza della comunicazione non verbale al servizio delle interazioni quotidiane, del “saper vivere”. “Oggi siamo in grado di valutare il tipo di influenza che il nostro comportamento non verbale determina sugli altri e di giudicare la competenza delle persone a inviare segnali non verbali o ad interpretarli” – scrive Pio Enrico Ricci Bitti, Direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia della salute dell’Università di Bologna – nell’introduzione al celebre volume “I volti della menzogna” (Giunti Editore) di Paul Ekman.

    In un esperimento di psicoeconomia, un gruppo di ricercatori della Tufts University è andato oltre. Quanto contano le impressioni suscitate dal viso del manager nel determinare il successo della compagnia che dirige? E si può desumere il livello di potere economico e sociale raggiunto dalla compagnia dalla configurazione facciale del manager?

    Gli psicologi Nicholas Rule e Nalini Ambady hanno mostrato ad un gruppo di studenti di college una collezione di fotografie di manager (uomini, bianchi, di età simile) che ricoprivano il ruolo di “chief executive officer” (CEO) all’interno di aziende classificate ai primi e agli ultimi posti in un elenco delle più importanti società americane (le prime mille) elaborato dalla rivista “Fortune”.

    Cercando una correlazione tra le configurazioni facciali dei CEO, del tutto sconosciute agli osservatori, e le sensazioni di competenza, affidabilità e leadership che suscitavano, gli studenti hanno redatto una propria classifica che corrispondeva al livello di prestigio realmente occupato dalle rispettive compagnie, sovrapponibile all’elenco della rivista “Fortune”.

    “Questi risultati – sostengono i ricercatori – suggeriscono che un giudizio ingenuo può fornire una valutazione più accurata di quella che si può ottenere qualora sia disponibile un numero maggiore di informazioni. I nostri risultati appaiono piuttosto sorprendenti se si considera la relativa uniformità d'aspetto del CEO mostrati”.

    Lo studio, in pubblicazione sul numero di febbraio della rivista “Psychological Science”, organo di informazione della Association for Psychological Science, mostra una relazione significativa tra le apparenze ed il successo reale.

    Resta un dubbio: cosa viene per primo, l’aspetto vincente del manager o la carriera di successo? In altre parole, l’apparenza del manager può predire i profitti della compagnia o il successo raggiunto rafforza quelle caratteristiche somatiche e comportamentali che lo fanno riconoscere immediatamente come un leader? E ancora: ciò che funziona in un sistema economico competitivo come quello americano ha lo stesso valore in un Paese come l’Italia?
     
    Articolo di Rosalba Miceli, tratto da: www.lastampa.it

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