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    Contro il “mal di traffico” arriva lo psicologo

    All’Università Cattolica di Milano, l’Ordine degli psicologi lombardi (Opl) ha organizzato un convegno su una figura già affermata all’estero e che sta prendendo piede anche in Italia
     
    Distrazione, scarsa consapevolezza del pericolo, poca esperienza al volante o addirittura incoscienza: negli incidenti stradali, in otto casi su dieci, è proprio il “fattore umano” la causa di tutto. E se i danni fisici di un incidente sono all’ordine del giorno, quelli sul piano psicologico sono ancora sottovalutati. Per questo, domani all’Università Cattolica di Milano, l’Ordine degli psicologi lombardi (Opl) ha organizzato un convegno su una figura già affermata all’estero e che sta prendendo piede anche in Italia, quella dello “psicologo del traffico”.

    «È una figura che in Italia è nascente, si sta delineando adesso – spiega Maria Rita Ciceri, docente di psicologia alla Cattolica e coordinatrice dell’unità di ricerca in psicologia del traffico – e può dare un forte contributo al rapporto tra l'utente e la strada: perché se l'80% degli incidenti viene dal fattore umano, molto va fatto proprio in questa direzione».
    Un esempio è quello dei giovani con poca esperienza alla guida, perché hanno ancora una bassa percezione del rischio: «Il target più coinvolto – prosegue l’esperta – sembra essere quello dei guidatori tra i 16 e i 24 anni, sui quali bisogna potenziare la consapevolezza sia a livello psicologico che comportamentale, e aumentare la loro percezione dei pericoli».

    Sapere che guidare può essere pericoloso per sè e per gli altri, però, non basta: serve far diventare “automatici” i comportamenti virtuosi in strada e al volante. «Un fattore determinante è la percezione del rischio specifico – continua Ciceri – per i bambini piccoli, ad esempio, sapere che “attraversare la strada può essere pericoloso” non è d’aiuto. Ben diverso è mostrare loro che basta sporgersi anche solo di mezzo metro dal marciapiede per essere a rischio. È importante quindi che si insegni a far riconoscere ai bambini in maniera automatica le zone di sicurezza (il marciapiede) e quelle di insicurezza».
    Stesso discorso per le foto di macchine “accartocciate” dopo le stragi del sabato sera: «Lì si fa vedere solo l’effetto finale, ma non si spiegano le molteplici cause che hanno portato all’incidente. È più educativo far vedere al rallentatore qual è l’errore che porta all’incidente, perché si possa imparare qual è il comportamento sbagliato da evitare».

    Tra i compiti dello psicologo del traffico, che saranno al centro del convegno di domani, c'è anche l’assistenza psicologica per superare lo shock di un incidente stradale, o anche la formazione dei periti o delle forze dell’ordine per sapere quali domande porre al testimone di un incidente al fine di ricostruire correttamente la dinamica del sinistro.

    O ancora, come comunicare le cattive notizie ai familiari di una vittima, o come migliorare la tolleranza allo stress che deriva dall’essere costantemente imbottigliati nel traffico. «Anche perché – conclude Ciceri – in macchina ci viviamo in media due ore al giorno tutti i giorni, e non è certo poco».

    Articolo tratto da: www.lagazzettadelmezzogiorno.it 

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