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    Conversazione sulla psicologia per la politica

    In occasione di crisi politiche ci si rende conto dei limiti dei comuni strumenti di analisi, che forniscono il più delle volte letture incomplete e ripetitive; a Franco Di Maria, ordinario di Psicologia Dinamica all’Università degli Studi di Palermo, condirettore della rivista Psicologia di Comunità ed autore di numerosi libri e di oltre 250 pubblicazioni, abbiamo posto alcune domande.

    Qual è l’ambito di indagine della psico-politica?

    Sono tanti gli ambiti di indagine della psico-politica e tutti legati agli obiettivi che ciascun gruppo di ricerca si propone. Personalmente mi occupo di psicologia per la politica, dove l’attenzione è focalizzata sulle dinamiche intrapsichiche ed interpersonali che stanno alla base dei comportamenti politici. Sono, infatti, profondamente convinto, sulla scorta del pensiero di S. H. Foulkes, che ciò che è dentro la nostra mente è anche fuori nel sociale e viceversa. Organizzazione sociale e organizzazione mentale, mondo interno e mondo esterno, si riflettono reciprocamente.

    In particolare il mio campo di ricerca, a partire dall’individuazione di una dimensione politico-ambientale-inconscia che abita il nostro inconscio sociale, si caratterizza in senso fortemente etico, perché occuparsi di polis e di forme della politica significa -immediatamente- occuparsi di etica. La soggettività, intesa come dimensione psicologica, ha nella dimensione etica, la possibilità di accettare-riconoscere che il soggetto nasce e si evolve all’interno e attraverso le relazioni soggettuali, condividendo, cioè, la Soggettività. Etica e politica, quindi, sono dimensioni assolutamente inscindibili per una pratica della convivenza realmente laica, responsabile e non violenta.

    Obiettivo del mio lavoro di ricerca è contribuire alla riduzione del rischio delle derive autoritarie, dei pregiudizi, del razzismo, dei conflitti patologici, a cominciare dalla promozione di una maggiore e migliore conoscenza delle dinamiche psicosociali nelle quali spesso siamo immersi senza esserne consapevoli. Operare responsabilmente per la riduzione del rischio è uno dei principali scopi di una professionalità psicologica che voglia essere trasformativa e non dogmaticamente ripetitiva. Intervenire sui processi per orientarli significa fare crescere i livelli di consapevolezza e di responsabilità.

    Qual è la valenza delle emozioni nell’approccio psico-politico?

    Il comportamento politico è un fatto soprattutto emozionale. Nel rapporto emotion/cognition è proprio l’aspetto emozionale che prevale su quello cognitivo.
    Sono le emozioni a determinare, per esempio, il nostro rapporto con l’Alterità che può essere vissuta sia come minaccia sia come risorsa. Pensiamo, per esempio, ai grandi cambiamenti psico-sociali innescati dai massicci flussi migratori e la loro influenza sull’intera ecologia sociale del nostro territorio. Quali tempeste emozionali scaturiscono da tali eventi ? Siamo emotivamente preparati a non considerare l’Altro come rivale, antagonista, nemico, ma piuttosto come una risorsa per la nostra comunità ? Cosa ostacola, a livello emozionale, la dialogicità fra soggettività diverse e l’esperienza dell’intersoggettività ?

    È urgente oggi il bisogno di un serio impegno per la realizzazione di una grande campagna di alfabetizzazione emotiva ed affettiva che coinvolga, come utenti, soprattutto i bambini prima che vengano contagiati dalla cultura individualista e narcisistica nella quale viviamo.

    Che tipo di analisi sull’attuale situazione politico-istituzionale elabora l’approccio psico-politico?

    Come ho appena detto, l’attuale situazione politico-istituzionale si caratterizza soprattutto per essere profondamente immersa in una cultura narcisistica ed individualista. Questo ha ridotto il sentimento di legittima appartenenza alla gens, alla comunità di riferimento. Naturalmente non possiamo ignorare come le odierne culture narcisistiche nascono come rivolta verso culture fondamentaliste ed integraliste che non lasciavano spazio alle differenze individuali ed al dissenso. Oggi al fondamentalismo collettivo si associa un fondamentalismo individualistico in cui l’Altro è comunque un nemico nel momento in cui si frappone, come ostacolo e limite, per la realizzazione dei nostri bisogni onnipotenti.

    Ma c’è di più. Come ci ricorda M. W. Battacchi anche la psicologia con gli studi sull’autorealizzazione, sull’autoefficacia, sull’autostima, sull’ottimismo, ha finito con il celebrare il narcisismo e promuovere una vera e propria pedagogia per diventare narcisisti felici, avvalorando un tipo antropologico ideale, compiutamente autorealizzato e sorretto da una granitica autostima ed incrollabile ottimismo; un tipo esemplarmente incarnato da un noto personaggio politico della nostra storia recentissima. Ed aggiungeva, anche, che la psicologia dovrebbe provare a dire che, per esempio, l’autostima non si fonda soltanto sul fare le cose come gli altri o meglio degli altri, ma anche , o soltanto, farle bene.

    Anche questa è psicologia per la politica !

    Articolo di Maurizio Mottola tratto da: www.quderniradicali.it

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