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    Curare i Gay. Che ruolo gioca la fede in Terapia?

    A Tempi, settimanale ciellino di battaglia, ha affidato la sua lamentazione Tonino Cantelmi, presidente dell´Associazione italiana che riunisce gli psicologi e gli psichiatri cattolici. Il professor Cantelmi è stato oggetto di una beffa gustosa, senz´altro irriverente, che gli ha procurato "la gogna mediatica", insulti e minacce dell´universo mondo, dalla stampa seria alle radio e alle tv, ai siti web e ai blog, così lui dice – affranto, ma polemico.

    L´antefatto è molto curioso, e con una dose innegabile di humour. Un cronista di Liberazione si è presentato al suo studio fingendosi un gay in preda a terribili rimorsi per i suoi insani gusti sessuali, scoprendo – è quanto ha scritto il 23 dicembre sulla prima pagina del suo quotidiano – una rete cattolica clandestina determinata a curare gli omosessuali, nel senso di redimerli, di farli ridiventare normali e sorridenti, come sono senza dubbio gli eterosessuali. Ma non è vero niente, secondo il presidente cattolico: quel giornalista gli avrebbe raccontato invece di aver subito una serie di abusi e di attraversare nientemeno che una crisi con la moglie… Sta di fatto che le reazioni sono state molte e tutte nel segno dello sconcerto: anche l´Ordine degli psicologi è sceso in campo dichiarando la più assoluta contrarietà alle "terapie riparative".

    Notoriamente cattolico è anche Leonardo Ancona, psichiatria e anche psicoanalista potendo vantare una formazione con un personaggio della statura di Ignacio Matte Blanco («Era uno spirito molto religioso, il mio analista cileno, eppure nel corso della nostra lunga frequentazione non abbiamo mai parlato di religione»). Ancona, con i suoi 85 anni portati con invidiabile lucidità, è stato l´ultimo allievo di Agostino Gemelli, e poi a lungo ordinario di Psichiatria alla facoltà di Medicina della Cattolica di Roma. Ha lasciato l´università, naturalmente, ma non l´attività privata. E continua a pubblicare libri: il suo ultimo pamphlet, uscito di recente da FrancoAngeli, s´intitola con un sapore un po´ paradossale Il debito della Chiesa alla psicoanalisi.

    Nella sua indignata autodifesa sulle pagine di Tempi (nella titolazione si parla con un filo di enfasi di «un´inchiesta degna di una commissione della Gestapo»), Cantelmi pone un paio di questioni interessanti, che meritano un qualche approfondimento magari meno strillato e sono poi l´oggetto di questa conversazione con Leonardo Ancona. «La maggior parte dei pazienti credenti – scrive Cantelmi – non si sente capita e accettata dagli psicoterapeuti e percepisce una sostanziale discriminazione per quanto attiene la dimensione religiosa». È vero, almeno in parte, o non è affatto vero? La seconda questione è strettamente intrecciata con la prima: gli psicoterapeuti hanno effettivamente un atteggiamento neutrale nei confronti dei loro pazienti, o sono invece divorati dai loro stessi pregiudizi intellettuali? L´intervista con Ancona affronta questi temi, ma ha inizio con un´annotazione del tutto personale.

    Lei esercita ancora il mestiere di analista. Appartiene alla Spi, la Società psicoanalitica italiana?

    Risata. «Sì, appartengo alla Spi, ma da eterno "associato". Insomma non ho fatto carriera, sono stato… "mobbizzato". Ecco, è questa la parola giusta».

    "Mobbizzato"? Sarà giusta, ma è una parola forte. Cosa vuol dire, professore?

    «Vuol dire che ci sono state delle difficoltà, e queste difficoltà nascevano proprio dal fatto che venivo qualificato come cattolico… Inoltre, ho sempre coltivato l´analisi gruppale, oltre a quella individuale, e anche questo non era visto di buon occhio».

    Suona un po´ strano quello che dice: nella Spi – che, certo, è una Società profondamente laica – ci sono però tanti analisti credenti e il lavoro clinico con i gruppi è ormai un fatto acquisito da decenni…

    «Le cose sono un po´ più complicate di come appaiono».

    Lei comunque, da cattolico, si è sentito discriminato… Ma – come dice Cantelmi – i pazienti cattolici possono addirittura rischiare di essere "irrisi" dai loro terapeuti?

    «Può succedere, qui Cantelmi ha perfettamente ragione. Ce ne sono di questi terapeuti poco rispettosi, ma non sono tutti, non si può generalizzare. Vorrei aggiungere che proprio in Italia è un po´ così, molto meno nel resto del mondo. E poi c´è anche il problema opposto: quello dei terapeuti cattolici che tendono a vedere con un occhio solo. Per esempio, di Cantelmi, tendo a contestare già la qualifica: ma chi glielo fa fare di presiedere un´Associazione come la sua? Me lo chiedo da una vita: perché qualificare degli operatori psicologici o psichiatrici come cattolici? La trovo una dizione ridondante: una persona per bene non deve qualificarsi come cattolica, altrimenti implicitamente le persone non cattoliche sarebbero per male… Io non ho mai capito l´utilità e neppure la convenienza di un raggruppamento come quello che presiede Cantelmi. Avrei potuto farlo io, non crede? Ma non mi è mai venuto in mente di farlo…».

    Torniamo alla questione principale: davvero in Italia viene sottovalutata la dimensione spirituale dei pazienti? È un´affermazione grave che tra l´altro confonde molto le acque. Terapeuti bravi ce ne sono in tutte le scuole, è ovvio, ed esistono molte terapie efficaci, ma l´analisi – in senso stretto – è un po´ un´altra cosa e ha tutta l´aria di essere un percorso di segno fortemente spirituale. Com´è possibile dire che "la dimensione valoriale" del paziente non viene riconosciuta?

    «Generalizzare è un errore, ma soprattutto la questione mi sembra mal posta e più complicata. Ci sono pazienti che hanno caratteristiche nevrotiche o anche psicotiche che hanno mescolato così profondamente con la religione, che lì va fatto un lavoro serio per distinguere dimensioni diverse tra loro. Occorre la capacità di condurre le cose in modo da curare i sottostanti elementi patologici perché poi anche il "fatto religioso" diventi autentico, e l´eventuale appartenenza a una fede abbia una sua verità, una sua pienezza profonda… "La dimensione valoriale" a cui accenna Cantelmi può essere il prodotto di una superfetazione, di orpelli mentali… Solo se si fa un buon lavoro sull´inconscio, il soggetto sarà più libero anche dal punto di vista religioso, potrà accettarlo o no, sarà una sua scelta non più vincolata dai conflitti e dalle paure. Se si rispetta l´inconscio, la verità viene sempre fuori».

    Le è possibile dire quando gli elementi spirituali e psicopatologici s´intrecciano?

    «Le dinamiche psichiche sono talmente complesse e sottili che molti ammantano di forme e di credenze di natura sacra anche delle perversioni personali, spesso di natura sessuale. È molto difficile fare esempi, ma anche il feticista – che so, il fanatico dei piedi – vive questa sua ossessione come un fatto religioso».

    Cantelmi ha posto la questione della neutralità dei terapeuti, che certo non saranno del tutto immuni dai loro punti di vista, se non proprio da pregiudizi.

    «La neutralità può esistere. Per quanto mi riguarda, so di aver lavorato sempre in modo del tutto laico, e naturalmente questo mi ha permesso di affrontare tanti problemi religiosi dei miei pazienti, in molti casi soffocati da ambienti familiari ipercattolici maturando un´insofferenza assoluta nei confronti della Chiesa… Ma anche i pregiudizi esistono, eccome! A volta sono così radicati, possono essere così difensivi, che smontarli è un lavoro difficilissimo. Con una cura analitica ci si può riuscire, a volte. Ma se è lo stesso analista a essere vittima di pregiudizi, c´è poco da fare: quello è come uno che si trova in mare e voglia asciugarsi con una tovaglia che ha portato con sé».

    Cantelmi afferma una convinzione molto netta. Secondo lui, il paziente gay – credente e in conflitto con i suoi gusti sessuali – sarebbe comunque curato perché accetti in tutta tranquillità la sua condizione… Magari fosse così! La verità è di segno opposto, perché l´omofobia è invece molto dura a morire (e questo vale anche per certi sofisticati ambienti analitici che guardano ancora all´omosessualità come a una forma di patologia). Lei che ne pensa?

    «Intanto bisognerebbe distinguere tra varie forme di omosessualità. Ce ne sono alcune così profondamente radicate, così basate sul biologico, che già Freud escludeva ogni "terapia riparativa". Sarebbe, diceva, come pretendere da un eterosessuale che abbia piacere di andare a letto con una persona del suo stesso sesso: una cosa ovviamente violenta e assurda. Se invece un gay si dichiara afflitto dalla sua condizione, allora si può tentare di aiutarlo, ma perché lo chiede lui».

    Bisogna anche chiedersi da dove nasce quest´afflizione… Se per caso non sia il frutto di sensi di colpa, di forme ancora pesanti di discriminazione e di sberleffi vari, e – nel caso dei gay cattolici – delle posizioni severissime che la Chiesa mantiene nei confronti dell´omosessualità. Per caso potrà essere così, professor Ancona?

    «Può essere così, ma poi bisognerebbe vedere caso per caso… Diciamocela tutta: oggi in giro di gay in crisi ce ne sono pochi, gli omosessuali se ne fregano delle discriminazioni, si sentono del tutto normali, anzi pensano addirittura che siano gli altri – cioè gli eterosessuali – gli anormali».

    Fonte: http://www.gaynews.it/  

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