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    Di fretta e a voce più alta, così lo stress invade la lingua

     I FRANCESI l’hanno abolito e campano bene lo stesso. Noi, il congiuntivo ci limitiamo a bistrattarlo ma forse il giorno della sua scomparsa è dietro l’angolo. La caratteristica della comunicazione parlata, oggi, è proprio questa: selvaggia, un po’ sporca. Non imbarbarita, però contaminata da mille fattori e da una imprevedibilità che rende impossibile intravederne l’evoluzione. Certo, è cambiata rispetto, ad esempio, a cinquant’anni fa. Un confronto possibile grazie all’esistenza di archivi video e sonori che permettono le comparazioni. Però si fa presto a dire comunicazione parlata. Quanti siano i generi, è difficile a dirsi. Come si caratterizzino, ancor più complicato. Ci provano (e ci metteranno tre giorni) gli studiosi che partecipano al congresso internazionale, a Napoli dal 23 al 25 febbraio, dal titolo La comunicazione parlata, organizzato dal Gscp, il Gruppo di studio della comunicazione parlata che fa parte della Società di linguistica italiana. Ideale quanto involontario lo slogan coniato dal presidente della Gscp, Federico Albano Leoni: "Alla fine, i padroni della lingua sono i parlanti".

    Sì, ma il punto è che i parlanti sono milioni, di età, culture, estrazioni diverse. Ambizioso pretendere una catalogazione. Impossibile una sintesi. Il congresso si concentra su tredici aree tematiche, spazia dal parlato recitato a quello spontaneo, da quello giudiziario a quello patologico, da quello degli immigrati a quello televisivo per citarne solo alcuni. E poi fonetica e prosodia, morfologia e la sintassi, testualità e didattica, le indagini sulle pause in giapponese e sulla polifunzionalità dei segnali discorsivi. Paura? E ti credo. Però ci sono alcune ricerche accessibili anche ai profani. Per i quali, anzi, rappresentano delle gustose curiosità.

    Ad esempio. Il gruppo dell’università di Napoli "L’Orientale" si è occupato dei telegiornali. E ha fatto un esperimento. I ricercatori si sono procurati una serie di tg degli anni Sessanta e ne hanno trascritto alcune notizie. E hanno chiesto a giornalisti del Tg2 di leggerle, con lo stile attuale. Risultato: "E’ cambiata la velocità dell’eloquio – spiega il professor Massimo Pettorino – ovvero quante sillabe al secondo vengono pronunciate. Poi, la fluenza, cioè un minor numero di silenzi, e più distanti. Soprattutto l’intonazione: il parlato dei tg è a un volume molto più alto rispetto al passato".

    Cambiano volume, ritmi e tempi ma cambia anche un altro tipo di linguaggio tv, quello delle fiction. Di questo parlerà, ad esempio, Simona Messina dell’università di Salerno, che ha confrontato il parlato di Un medico in famiglia con quello della serie La famiglia Benvenuti, in onda sull’allora unico canale Rai nel 1968.

    E se è vero che sessant’anni fa fu la tv a uniformare il linguaggio, oggi per il piccolo schermo il compito è più duro. Non più la ricerca di omologazione fra dialetti ma fra diverse lingue e culture. L’immigrato può integrarsi in un tessuto sociale altro, ma quasi mai riesce a farlo sul versante linguistico. "Può imparare le parole, le espressioni – spiega ancora Pettorino – non le intonazioni. Alcune differenze di produzione della lingua sono troppo profonde, insanabili".

    E non è da temerari paragonare, sempre nell’ambito della comunicazone parlata, le generazioni più giovani agli immigrati. L’aspetto interessante è che il linguaggio degli sms, degli emoticon e simili si sta spostando nel parlato. "La lingua scritta – osserva Pettorino – non riesce a seguire questo di linguaggio, che vive di apporti diversi dal testo tradizionale. C’è un canale fondamentale, quello della gestualità, della mimica che viaggia a velocità diverse, grazie anche ai videoclip". Come quell’agitare le mani e le braccia, ad esempio, che caratterizza i rapper neri.

    Se una comunicazione tanto selvaggia è difficile da interpretare, le cose si complicano quando si apre il capitolo "parlato giudiziario". Pensate alle intercettazioni. O agli interrogatori, alle deposizioni. "Si tratta di comunicazione verbale che va a finire in un testo scritto – spiega Pettorino – è inevitabile la confusione. Come trascrivere quel che non è testo? Come si fa con il messaggio fonico? L’interlocutore dice una parola, ma esistono mille modi per capire ‘come’ l’ha detta. Basta pensare alle intercettazioni trascritte, la scorsa estate, sui quotidiani. Certo che si capiva il senso, ma sembravano il delirio di un pazzo".

    Insomma, capire dove va la comunicazione, sostiene il presidente del Gscp, Albano Leoni, "è affascinante ma i linguisti non sono in grado di rispondere". Dipende da una quantità di fattori anche extralinguistici, "basta pensare alla moda, ai rapporti di forza economici fra diverse regioni. Possiamo registrare delle tendenze, ma non dire ‘domani sarà così’".

    E "domani" sono i giovani a "fare" la lingua. "Nel passaggio da una generazione all’altra – spiega ancora Albano Leoni – c’è sempre un elemento di disturbo, una crisi e un cambiamento. La difficoltà sta nel trovare il momento della frattura. Le lingue hanno mille modi per riorganizzare il proprio funzionamento. Le istituzioni vanno insegnate e fatte rispettate. Ma alla fine, ripeto: i padroni della lingua sono i parlanti".

    Autore: Alessandra Vitali
    Fonte: http://www.repubblica.it

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