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    Essere single è una malattia da curare?

    Una campagna in puro stile “sanitario” è stata lanciata dalla PARSHIP, un’agenzia di pubbliche relazioni: obiettivo, i 5,6 milioni di single britannici “intossicati”, secondo la PARSHIP, dalla solitudine. La “sindrome tossica da appuntamento” avrebbe anche un suo ben preciso quadro clinico.

    Timidezza, nervosismo, scarse opportunità, bassa autostima e disperazione: questi i “sintomi” della “sindrome tossica” dei cuori solitari. Con questo esordio d’effetto l’agenzia PARSHIP ha pubblicizzato i risultati di un'indagine effettuata, a suo dire, su 5000 single che soffrono per l’assenza di una relazione stabile da almeno un anno, oppure che non hanno un appuntamento galante da almeno sei mesi. Ma ecco che l’agenzia, dopo aver creato la malattia, propone la cura: un pacchetto di sedute di terapia cognitivo-comportamentale, psicoterapia, lezioni di buone maniere e (ma questo è un optional) servizio di ricerca dell’anima gemella. Il programma, che in caso di successo avrà un costo di 1000-2000 sterline, è ora offerto del tutto gratuitamente in via promozionale. Essere single è una condizione comune, afferma la dottoressa Viktoria Lukats, la psichiatra responsabile della campagna, tuttavia questa condizione può portare a un pesante stigma sociale, sia in famiglia che fuori casa. La campagna di “disintossicazione” della PARSHIP ha come obiettivo anche quello di eliminare questa sensazione di sentirsi emarginati.

    La dichiarazione stampa ha i toni e le frasi giuste per riscuotere l’attenzione dei media, che infatti le hanno dato ampia eco; tuttavia con essa sono sorte anche le perplessità di quanti si chiedono l’utilità di una simile operazione. Il trasformare in un quadro patologico una condizione, quella di single, che può essere più o meno gradita ma comunque è naturale in certi momenti della vita, in che modo dovrebbe ridurre lo stigma sociale? Se lo chiede Petra Boynton, del Dipartimento di Scienze della Popolazione all’University College di Londra, in un articolo sul British Medical Journal

    La Lukats obietta che la sua campagna è ironica e non intende affatto creare la psicosi di una nuova patologia, ma anzi propone il sollievo di una via di uscita; tuttavia resta il fatto che i termini della dichiarazione stampa, nonché gli slogan usati dai media (“Disintossicarsi dalla solitudine: come trasformare un romantico sfigato in un tipo dinamico con il carnet pieno di appuntamenti”), non fanno un buon servizio a chi di questa condizione realmente soffre.

    Le “tossine della solitudine” e il loro quadro clinico restano una creazione, fino a prova contraria, del tutto fantastica, e non basta un’inchiesta di mercato, non documentata o pubblicata su riviste scientifiche, a dimostrare il contrario. “Queste terapie”, conclude la Boynton, “rischiano di far perdere di vista i più vasti fattori sociali, culturali e personali che possono rendere difficile a tante persone trovare un partner”.

    Fonte: Boynton P. A remedy for lonely hearts? BMJ 2007; 335:1240.
    http://it.health.yahoo.net/

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