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    Hikikomori: una fuga dalla realtà

    Negli anni ’90 lo psichiatra giapponese Saito ha individuato una preoccupante condizione diffusa nel suo paese, che coinvolge soprattutto la generazione più giovane  e che ha definito Hikikomori (ovvero ritiro sociale). 
     
    Essa consiste in un totale isolamento sociale, che induce la persona a lasciare la propria carriera scolastica o lavorativa per almeno sei mesi, rintanandosi nella propria abitazione.
     
    Durante questo periodo gli hikikomori si privano di qualsiasi contatto umano, mantenendo relazioni solamente con i familiari più stretti con cui convivono. Il malessere può manifestarsi in diversi gradi, che vanno dalla reclusione forzata nella propria camera all’uscire esclusivamente di notte per evitare di incontrare conoscenti, e può protrarsi per anni. 
     
    L’allontanamento dal proprio contesto di vita quotidiano non è necessariamente riconducibile ad una scarsa realizzazione personale; il problema investe perlopiù l’area della socialità.
     
    Questi individui finiscono per trascorrere il loro tempo leggendo, utilizzando videogiochi oppure navigando su internet, unico mezzo che li collega, seppur virtualmente, al mondo esterno.
    Tali abitudini spesso comportano un’alterazione dei ritmi circadiani, poiché gli hikikomori iniziano a svolgere le loro attività di notte e a dormire di giorno, aumentando ulteriormente le distanze con le consuetudini della maggior parte della gente.
    A lungo termine la mancanza di esperienze umane dirette priva gli hikikomori  delle competenze comunicative indispensabili per reinserirsi nel tessuto esterno. 
     
    Tale disagio, non presentando comportamenti apertamente devianti o pericolosi (come ad esempio l’uso di sostanze) può in un primo momento sfuggire allo sguardo dei parenti, che rischiano di sottovalutare le conseguenze del rifiuto sociale estremo. 
     
    Un altro rischio frequente è quello di confondere questo fenomeno con patologie quali la depressione o l’internet addiction disorder: sebbene la depressione rechi con sé sofferenza e chiusura essa implica anche frequenti sensi di colpa e lamenti, mentre gli hikikomori provano principalmente un sentimento di vergogna, dovuto alla discrepanza tra la realtà immaginata e quella effettiva.

    Inoltre, sebbene ricorrano all’utilizzo eccessivo di internet, esso non si configura come una dipendenza ma piuttosto come una precisa scelta interattiva, innescata dall’autoesclusione del soggetto. 

     
    Come spesso accade, le possibile ragioni all’origine di questa problematica sono complesse: sicuramente la cultura giapponese, con il suo rigido sistema basato sul perfezionismo, ha  indotto molti giovani a rifuggire standard percepiti come opprimenti e talvolta irraggiungibili, al punto che il loro blocco potrebbe essere letto come un desiderio di non conformarsi al prototipo socialmente promosso.
     
    Per quanto concerne i fattori familiari, la struttura giapponese è caratterizzata prevalentemente dall’assenza del padre (che lavora tutto il giorno e che si estranea da ogni responsabilità educativa) e che delega tutto alla propria moglie: spesso le madri si trovano così a sviluppare con i figli un rapporto ai limiti dell’invischiamento, ostacolando non di rado la loro autonomia.
     
    Difatti, ciò che difetta in misura evidente negli hikikomori è proprio l’indipendenza: essi continuano ad essere mantenuti dai genitori per tutta la durata della loro reclusione. Questo pone anche un problema considerevole circa il futuro; poiché i genitori non vivranno in eterno e l’individuo hikikomori difficilmente sarà in grado di occuparsi del proprio sostentamento. 
     
    Infine anche il bullismo viene annoverato tra le cause che incidono sulla genesi di questa circostanza, poiché i maltrattamenti subiti possono scoraggiare i rapporti sociali e favorire, anzi, l’abbandono scolastico. 
     
    Tali dati non devono trarre in inganno: nonostante questa condizione sia prevalente in Giappone essa si sta diffondendo negli Stati Uniti e in Europa, con casi riconosciuti anche nel nostro paese.
    L'interesse nei confronti dell'hikikomori sta lentamente crescendo anche in Italia.
    Sul web vengono creati ogni settimana decine di contenuti che riguardano questo fenomeno.
    Stessa cosa si può dire per la televisione; è di pochi giorni fa un servizio del programma "Le iene": http://mdst.it/03v614268/
    Tuttavia, mentre sappiamo che gli hikikomori nipponici provengono da un sistema eccessivamente severo, in Occidente è la labilità e l’incoerenza delle regole a promuovere il senso di inadeguatezza e la confusione adolescenziale. 

    Data l’espansione sempre più allarmante di questi casi sono stati sviluppati due tipi di trattamento, che si basano su approcci diversi.

     
    Il primo, seguendo un’ottica medico-psichiatrica, assimila l’hikikomori ad un disturbo mentale e procede con il ricovero ospedaliero, seguito da sedute di psicoterapia e somministrazione di psicofarmaci.
     
    La seconda metodologia prevede invece un programma di risocializzazione della persona, con lo scopo di reintegrarla nella società migliorando le sue capacità interattive e spronandola ad autogestirsi, tramite l’assegnazione di alcuni incarichi.
    Questi centri di recupero sono strutturati come una scuola, da cui si distinguono esclusivamente per l’assenza di ruoli gerarchici al loro interno. 
     
    Infine sta emergendo una terza alternativa, in cui il professionista si avvale di ausili tecnologici quali le webcam per comunicare a distanza con il paziente.
    Essa sembra essere particolarmente adatta perché permette di stabilire un primo contatto con l’hikikomori agganciandolo con il suo unico veicolo di mediazione ancora in atto, nella speranza di poterlo aiutare, gradualmente, ad uscir fuori dal suo isolamento. 

    Bibliografia
    Comazzi, D., Piotti, A., Spiniello, R. (2015). “Il corpo in una stanza. Adolescenti ritirati che vivono di computer”. Franco Angeli: Roma
    Ricci, C. (2011). “Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione”  Franco Angeli: Roma
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