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    Il cervello del giocatore d’azzardo

    In teoria è possibile diventare dipendenti da qualsiasi cosa. Il limite tra normalità e patologia è sempre più sfumato, tendiamo a diventare dipendenti da tutto quello che facciamo e dagli strumenti che usiamo. Anche il gioco, espressione della dimensione ludica, se portato alle estreme conseguenze, si trasforma in una passione divorante che annulla gli altri aspetti dell’esistenza. Ultimamente ha preso consistenza l’ipotesi che tra il gioco d’azzardo patologico e l’abuso di sostanze o altri comportamenti di addiction, ci siano delle sospette interconnessioni: assumere droghe, giocare d’azzardo o esagerare con il cibo, con il sesso, con il lavoro, con gli acquisti, con internet, rappresentano forme di dipendenza per certi aspetti sovrapponibili.

    E’ pur vero che i soggetti tossicomani preferiscono una droga al posto di un’altra, ma il cervello sembra soprassedere ad alcune distinzioni, se viene raggiunta, in un modo o in altro, una sensazione di benessere immediata. L’ipotesi è stata verificata dal lavoro sperimentale di una équipe di neurologi guidata da Christian Büchel dell’Università Krankenhaus Eppendorf di Amburgo, pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience. Se esiste davvero una analogia con la dipendenza da sostanze, anche il cervello dei giocatori patologici deve presentare una riduzione nella reattività del sistema di ricompensa mesolimbico, come avviene nel cervello dei tossicodipendenti. I neurologi hanno monitorato con la risonanza magnetica funzionale l’attività cerebrale di un gruppo di 12 giocatori incalliti e di un gruppo di controllo composto da 12 volontari sani durante un gioco simile a quello delle tre carte. Ciascuno sceglieva una carta e il fortunato di turno vinceva un euro, ma il gioco era truccato in modo tale che i due gruppi vincevano e perdevano la stessa quantità di denaro.

    Come previsto, confrontando i profili di attivazione, si osservò che il nucleo striato ventrale, un’area situata in profondità nel cervello, cruciale per il rinforzo e la gratificazione indotta da stimoli fisiologici o da sostanze d’abuso, funzionava a ritmo ridotto nei giocatori patologici, rispetto a quanto avveniva nei soggetti non inclini a giocare. L’eccitazione indotta dal coinvolgimento nel gioco o da una qualsiasi sostanza psicotropa costituirebbe una sorta di super stimolo adatto a compensare la ridotta sensibilità dello striato e a procurare la sensazione di piacere. Il comportamento di addiction è confermato anche dal riscontro di crisi di astinenza nei giocatori che cercano di allontanarsi dalla schiavitù del gioco.

    Tuttavia ricondurre il comportamento del giocatore d’azzardo ad una differenza di attività cerebrale può sembrare riduttivo; Mark Griffith, direttore dell’International Gaming Research Unit all’Università di Nottingham (UK) sostiene da tempo che per giungere ad una comprensione del problema bisogna integrare i dati neurobiologici con le questioni socio-psicologiche, ovvero le dinamiche che conducono un giocatore a manifestare il disturbo vero e proprio. Considerare la patologia del giocatore d’azzardo come una “carriera” piuttosto che uno “stato” permette di riconoscere gli elementi che favoriscono, impediscono o rimandano il passaggio da una fase all’altra. E’una scommessa che si può vincere.

    Fonte: http://www.lastampa.it/

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