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    Il deficit del linguaggio è un indicatore precoce per l’alzheimer

    La Malattia di Alzheimer è una patologia degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalente in età presenile (oltre i 65 anni) che, tra i deficit cognitivi che la caratterizzano, annovera anche il deficit linguistico: chi soffre del morbo di Alzheimer può avere difficoltà a seguire o a partecipare a una conversazione, fermandosi, ad esempio, nel bel mezzo di un discorso senza alcuna idea su come continuare oppure ripetendosi, potrebbe lottare con il vocabolario, avere problemi nel trovare la parola giusta o chiamare le cose con il nome sbagliato.

    I criteri diagnostici per la Malattia di Alzheimer del National Institute of Neurological Disorders and Stroke pongono il deficit del linguaggio, che include difficoltà nel parlare, leggere e scrivere, tra i principali sintomi utili per la diagnosi (McKhann et al., 2011).

    I sintomi linguistici legati alla Malattia di Alzheimer, ed evidenti anche in fase prodromica, sono, quindi, le anomie (incapacità di denominare gli oggetti), le parafasie (non ricordare il nome di un oggetto e ricorrere ad un giro di parole per farsi capire), l’utilizzo di parole passe-partout (ad esempio ‘coso, cosa’) ed un progressivo impoverimento lessicale.

    Durante il decorso della malattia possono comparire le “insalate di parole”: il discorso risulta illogico e assemblato con parole qualsiasi, mantenendo però in qualche modo la corretta struttura grammaticale.
    La comprensione è spesso relativamente più preservata della produzione linguistica anche nelle fasi avanzate.

    Nell’anziano sano, nonostante un declino di alcune funzioni cognitive, come la memoria episodica e le abilità visuo-spaziali ( medium, Fratiglioni, von Strauss, & Bäckman, 2003), le capacità linguistiche rimangono relativamente stabili (Cruise, Worrall & Hickson, 2000; medium, Stern, Tang, & Mayeux, 1999): alcune ricerche hanno dimostrato un deficit della capacità di recupero lessicale (Au et al., 1995; Connor, Spiro, Obler, & Albert, 2004; Goral, Spiro, Albert, Obler, & Connor, 2007).

    Studi longitudinali (Jacobs et al., 1995; Rubin et al., 1998) hanno dimostrato che il deficit di recupero lessicale nei pazienti che avrebbero sviluppato la Malattia di Alzheimer è più marcato rispetto a quello degli anziani sani del gruppo di controllo.

    Negli anziani sani le difficoltà lessicali dipendono da un deficit delle connessioni tra il livello semantico e fonologico del lessico mentale e si riflettono in omissioni, sostituzioni con parole fonologicamente relate e comparsa del fenomeno ‘sulla punta della lingua’ (Burke & Shafto, 2004); diversamente in pazienti in fase preclinica della Malattia di Alzheimer il deficit lessicale dipenderebbe da un malfunzionamento del livello semantico del lessico mentale sfociando in errori di tipo semantico (parafasie semantiche), circonlocuzioni ed omissioni (Balthazar, Cendes, Pereira Damasceno, 2008).

    Una misura comune della capacità di recupero lessicale è il test FAS: un compito che ci fornisce una misura delle funzioni esecutive e della fluenza verbale, chiedendo ai soggetti di generare in un minuto quante più parole possibili che inizino con una lettera specifica (F, A e infine S).

    Studi trasversali (Clark et al., 2009; Doi, 2013) e longitudinali (Clark et al., 2009; Grober et al., 2008) hanno evidenziato una performance peggiore dei soggetti in fase preclinica della Malattia di Alzheimer rispetto agli anziani sani. È stato inotre dimostrato che l’esecuzione di compiti fluenza lessicale per categoria distingue ancor più facilmente i soggetti anziani sani da quelli con Mild Cognitive Impairment (Duff et al., 2004).

    Tenendo conto che una compromissione delle abilità di scrittura è evidenziabile già nei primi stadi dello sviluppo della Malattia di Alzheimer, uno studio longitudinale (Framingham Heart Study, Pekkala et al., 2013), durato oltre trent’anni, ha sottoposto i partecipanti alla descrizione scritta della scenetta del Picture Cookie Theft (CTP – tratto da Boston Diagnostic Aphasia Examination Goodglass & Kaplan, 1983), concludendo che un compito scritto sia più sensibile nel rilevare cambiamenti della capacità di accesso lessicale e che possano fungere da marker per la diagnosi.

    A differenza dei compiti di semplice accesso al lessico, il dover produrre un brano scritto richiede l’attivazione simultanea di processi sintattici, semantici e ortografici, memoria di lavoro e abilità grafomotorie: processi che possono risultare alterati già nelle prime fasi della Malattia di Alzheimer a causa dei deficit attentivi, percettivi e di monitoraggio che la patologia stessa.

    Dai dati reperibili in letteratura, sembra che il linguaggio sia un campo da approfondire per darci uno strumento in più per la diagnosi precoce e per definire meglio i confini tra le due realtà rappresentate da un’invecchiamento cerebrale fisiologico sano e da un processo patologico in fase iniziale.

    Nel mondo si stima siano circa 25 milioni le persone affetta dalla Malattia di Alzheimer, soltanto in Italia si contano 600.000 casi. Questi numeri fanno ben comprendere la necessità di prevenzione e diagnosi precoce.

    Individuare con largo anticipo i soggetti che possono essere colpiti dalla Malattia di Alzheimer significherebbe poter prendere in carico il paziente sin dalle prime manifestazioni, così da poter costruire intorno alla persona una rete d’interventi mirata al rallentamento del decorso e alla preservazione delle capacità residue, andando anche a supportare maggiormente le famiglie, che come ben sappiamo sono anch’esse vittima della malattia.

    Bibliografia
    Au R, Joung P, Nicholas M, Obler L, Kass R, Albert M. Naming ability across the adult lifespan. Aging and Cognition. 1995;2:300–311.
    Balthazar MLF, Cendes F, Pereira Damasceno B. Semantic error patterns on the Boston Naming Test in normal aging, amnestic mild cognitive impairment, and mild Alzheimer’s disease: Is there semantic disruption? Neuropsychology. 2008;22:703–709.
    Burke DM, Shafto MA. Aging and language production. Current Directiones in Psychological Science. 2004;13:21–24.
    Connor LT, Spiro A, Obler LK, Albert ML. Change in object naming ability during adulthood.
    Journal of Gerontology: Psychological Sciences. 2004;59B:203–209
    Cruise MN, Worrall LE, Hickson LM. Boston Naming Test result for healthy older Australians: A longitudinal and cross-sectional study. Aphasiology. 2000;14:143–155.
    Duff Canning SJ, Leach L, Stuss D, Ngo L, Black SE. Diagnostic utility of abbreviated fluency measures in Alzheimer disease and vascular dementia. Neurol. 2004;62:556–562.
    Goodglass H, Kaplan E. The Boston Diagnostic Aphasia Examination. Boston: Lea & Febiger; 1983.
    Goral M, Spiro A, Albert ML, Obler LK, Connor LT. Change in lexical-retrieval skills in adulthood. The Mental Lexicon. 2007;2:215–238
    Jacobs DM, Sano M, Dooneief G, Marder K, Bell KL, Stern Y. Neuropsychological detection and characterization of preclinical Alzheimer’s disease. Neurology. 1995;45:957–962.
    McKhann GM, Knopman DS, Chertkow H, Hyman BT, Jack CR, Kawas CH, et al. Phelps CH. Thediagnosis of dementia due to Alzheimer’s disease: Recommendations from the National Institute of Aging and the Alzheimer’s Association workgroup. Alzheimer’s and Dementia.
    2011;7:263–269.
    Pekkala S, Wiener D, Himali JJJ, Beiser AS, Obler LK, Liu Y, McKee A, Auerbach S, Seshadri S, Wolf PA, and Au R. Clinical Linguistics & Phon. 2013; 27(12): 905–921
    Rubin EH, Storandt M, Miller JP, Kinscherf DA, Grant EA, Morris JC, Berg L. A prospective study of cognitive function and onset of dementia in cognitively healthy elders. Archives of Neurology. 1998;55:395–401.
    medium BJ, Fratiglioni L, von Strauss E, Bäckman L. Terminal decline and cognitive performance in very old age. Does cause of death matter? Psychology and Aging. 2003;18:193–202
    medium SA, Stern Y, Tang M, Mayeux R. Selective decline in memory function among healthy elderly. Neurology. 1999;52:1392–1396.

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