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    Il lavoro dello psicologo nei casi di riabilitazione cognitiva

    Voglio accompagnarvi in un viaggio fatto di domande, di se e di ma che i pazienti con buona consapevolezza, ma con difficoltà cognitive, si trovano a dover gestire.

    Immaginate di svegliarvi un giorno e di sapere che vi manca qualcosa, ma di non riuscire proprio a recuperarla: poteva essere un appuntamento, una cosa da fare, il nome della persona che vi ha appena salutato al bar, la notizia appena passata in televisione. Sicuramente vi sarà capitato e, distogliendo il pensiero, magari dopo qualche minuto l’avete ricordato, ridendoci anche su.

    Provate ora a pensare che anche la mattina dopo vi succeda la stessa cosa, ma questa volta proprio quell’informazione, tanto cercata, proprio non riemerga tra tutti i pensieri che popolano il vostro cervello.

    Capita poi che il vostro fidanzato o fidanzata o i vostri cari vi raccontino la giornata, le mille imprese per vincere la frenetica quotidianità; voi annuite, sorridete e ridete, ma mezz’ora dopo quelle informazioni proprio non ci sono più.

    Piano piano ogni giorno vi perdete un pezzettino di quel mondo che sembra sempre più uguale, e meno diverso, da quello del giorno prima: la vostra agenda diventa un tripudio di post it colorati per ricordarvi ciò che dovete fare, le vostre frasi si arricchiscono di cosa, coso oppure semplicemente iniziate a girare intorno ad un concetto, faticando a trovare le parole giuste.

    Ecco, questi sono solo alcuni esempi di ciò che le persone raccontano quando incontrano gli psicologi per una valutazione delle competenze cognitive. In alcuni casi l’origine di questi problemi potrebbe essere uno scadimento diffuso delle funzioni cognitive, probabile indice di un processo degenerativo in atto. In altri casi il risultato di un evento acuto, come un trauma cranico o un ictus.

    Nel caso di patologie dementigene, oggi, si può intervenire cercando di rallentare la progressione della patologia attraverso alcuni farmaci od opportuni interventi di stimolazione cognitiva. Abbastanza rapidamente scompare anche la critica di malattia e lo sbilanciamento psicologico e comportamentale ricade pesantemente sui familiari che assistono queste persone.

    Negli altri casi, la consapevolezza di malattia può esserci o non esserci; ma nel caso ci fosse, voi cosa chiedereste al professionista che vi trovate davanti? Molto spesso la domanda è: “Dottore, come faccio a tornare quello di prima? C’è qualcosa che posso prendere?”.

    Purtroppo la risposta è negativa, a oggi ancora nessun farmaco è capace di annullare i processi che colpiscono e offendono le funzioni cognitive; nei casi di un decadimento di origine vascolare verranno prescritti farmaci per cercare di impedire il ripetersi dell’evento, ma nulla di risolutivo.

    E voi ogni mattina dovrete fare i conti con situazioni che fino a poco tempo prima riuscivate pienamente a gestire da soli, quasi senza sforzo. Ecco che potreste iniziare a sentirvi persi, titubanti, sbagliati, meno inclini ai contatti sociali: “se nessuno mi vede, nessuno si accorgerà… se non faccio… non sbaglio”.

    In questi casi come dovrebbe lavorare lo psicologo che si trova a effettuare il training cognitivo?

    Se la riabilitazione cognitiva è una terapia che permette di migliorare l’adattamento funzionale del paziente e il suo benessere soggettivo, non possiamo concentrarci solo sui deficit rilevati alla valutazione neuropsicologica. Sicuramente l’obiettivo sarà il recupero e l’ottimizzazione delle funzioni deficitarie con l’acquisizione e creazione di strategie di compensazione, ma l’intervento non può essere limitato al fattore cognitivo.

    Per capire come procedere, provate a prendere un foglio e rispondere a questa domanda: Come vi sentireste sapendo che avete qualche problema cognitivo, che, ad esempio, non riuscite più a ricordare le cose come prima, ma avete ben chiara la vostra vita prima dell’incidente?

    Se avete provato a farlo, vedrete che le parole più comuni sono: ansia, paura, sconforto, tristezza,…
    Questo rappresenta un buon punto di partenza per strutturare l’intervento. Laddove c’è consapevolezza, la stimolazione cognitiva viene vissuta come la lampada di Aladino, dove il desiderio chiesto al genio (lo psicologo) è fammi tornare come prima. Come se quel prima rappresentasse l’ottimo raggiungibile dalla persona.
    È importante spiegare a pazienti e familiari che un ritorno allo status precedente non è possibile.
    Se ci soffermiamo per un attimo a pensare, tutti i giorni siamo diversi da quello che eravamo ieri, ma ci riconosciamo sempre una nostra identità: il nostro senso del sé è preservato. I cambiamenti sono integrati nell’esistenza e diventano parte di essa.

    Cosa cambia quindi in una persona con difficoltà cognitive acquisite e buona consapevolezza?

    La diversità da gestire diventa enorme, ogni errore un profondo fallimento che riapre una ferita e a fronte di un diverso funzionamento della persona, le richieste a se stessi e quelle provenienti dall’ambiente vengono percepite uguali al passato (Me ne sono sempre occupato io… Vedo quella persona tutti i giorni… Se non lo faccio io chi lo farà?).

    Il percorso di training cognitivo deve quindi partire da una base di accettazione del proprio stato e del riconoscimento del profondo cambiamento avvenuto.

    È necessario insegnare a questi pazienti a non giudicarsi e a concedersi del tempo. Bisogna rinforzare che si è ancora OK. Ciò permette di aprirsi alla possibilità di trovare le risorse e i mezzi per fronteggiare le difficoltà dapprima in una situazione protetta e poi nella vita quotidiana. Gli errori vanno normalizzati, riducendone l’impatto emotivo.

    Attraverso esercizi selezionati e appositamente creati sulla base del profilo cognitivo, emerso in valutazione, è possibile portare il paziente a compiere operazioni mentali nuove, dove il punto di partenza non deve essere il non so fare, ma il posso imparare a farlo in questo modo.

    È così possibile gestire la crisi dell’identità personale, rimandata dal paziente sotto forma di “non sono più quello di una volta…”, e elaborare il cambiamento estrinseco del proprio modo di essere e agire, restituendogli potere su se stesso.

    In questi pazienti lavorare solo in un’ottica cognitiva può rivelarsi controproducente poiché le strategie proposte e gli ausili utilizzati potrebbero essere avvertiti come distonici e quindi andare a rinvigorire la spirale di insuccesso che confina la persona in un sentirsi estraneo a se stesso.

    Il lavoro emotivo combinato alla parte cognitiva permette, invece, di costruire una immagine di sé attiva, che seppur modificata rispetto al passato, ha ancora qualcosa da dire a sé e a quanti lo circondano.

    Dott. Emanuele Tomasini
    Psicologo, esperto in Neuropsicologia

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