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    Il presidente dell’Arcigay ascolti i miei pazienti

    Collegandosi al precedente articolo "Per sei mesi in terapia cattolica", pubblicato su OPsonline.it, diamo ad oggi visibilità alle precisazioni del Prof. Cantelmi

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    Difficile non condividere quanto recentemente affer­mato dal presidente nazionale dell’Ordine degli psi­cologi Giuseppe Luigi Palma, che invoca il rispetto per i codici valoriali dei pazienti che consultano uno psi­coterapeuta e pone un altolà a discriminazioni di ogni ge­nere. Difficile però leggere questo a senso unico e titolare, come fa Liberazione, «l’Ordine degli psicologi condanna Cantelmi» (e invece fa solo un comunicato che ribadisce al­cuni principi a mio parere indiscutibili). Al di là dell’attac­co strumentale e dal tono chiaramente intimidatorio, non avrei difficoltà neanche a sottoscrivere quello che afferma Mancuso, presidente dell’Arcigay, che in un altro prece­dente editoriale terminava anche con un passaggio omele­tico in cui ricordava a me la misericordia di Dio.

    Il fatto: u­na presunta inchiesta di Liberazione riportava la vicenda di un giornalista che mi chiede, sotto mentite spoglie, aiuto e che poi strilla che quel medico cattolico e clericale lo vole­va 'curare'. Inchiesta smentita nel dettaglio, grossolana, incompleta, strumentale. Da ciò nasce il caso, montato ad arte: esistono in Italia reti clandestine (davvero?) cattoliche di terapeuti che fanno terapie forzate ai gay. È inutile smen­tire ancora, si rischia di essere ripetitivi. Intanto riparte il tam tam mediatico con blog, siti, agenzie, ecc…

    Rinuncio a ri­stabilire la verità, ma raccolgo l’invito di Mancuso ad una discussione (pacata e serena mi auguro). E allora: quali so­no i temi in gioco? Anche se ritengo che discussioni più tec­niche vadano rimandate nelle sedi appropriate (quelle del dibattito scientifico), provo a semplificare, sperando che nessuno voglia strumentalizzare quello che dico.

    Primo: nessuna terapia 'riparativa'. Da tempo sostengo che il termine 'riparativa' sia ideologico, come quello 'af­fermativa'. Esiste la terapia, secondo modelli convalidati scientificamente, ed esiste la domanda di psicoterapia. E­siste il lavoro di decodifica del terapeuta ed esiste il consenso del paziente. Si può discutere di questo?

    Secondo: nessuna diagnosi di omosessualità. Questo non vuol dire non prendere in esame quella che l’ICD-X (cioè il sistema di classificazione ufficiale dell’Organizzazione Mon­diale della Sanità) chiama 'sessualità egodistonica' e la comprende nella categoria 'Psychological and behaviou­ral disorders associated with sexual development and o­rientation'. Attenzione! L’ICD-X (il più ufficiale e recente sistema di classificazione) chiarisce che ciò vale per tutti: e­terosessuali ed omosessuali e specifica che «l’orientamen­to sessuale da solo non riguarda questo disturbo». Sotto­scrivo e credo che questo possa mettere a tacere ogni spe­culazione. Nessuna omofobia. Vogliamo mettere in discus­sione l’ICD-X? Si può fare, attiene alla ricerca scientifica, ma al momento questa è la posizione ufficiale dell’OMS.

    Terzo: rispetto dei codici valoriali del paziente. Ottimo, ma anche questo vale per tutti. Che debbo rispondere alla let­tera di denuncia che proprio oggi mi giunge da un uomo della Basilicata che si dice 'violentato' perché il suo tera­peuta lo pressa per la separazione coniugale che invece con­trasta con i suoi valori più profondi? Ne vogliamo parlare? Davvero nessuno ha mai preso in esame le lamentele di pa­zienti che aderiscono con convinzione a movimenti eccle­siali e che sono profondamente turbati da terapeuti che non rispettano il loro codice valoriale?

    Quarto: la presunta neutralità del terapeuta. Innumerevo­li studi metodologici ed epistemologici dimostrano che il terapeuta non è neutrale. Sostenerne la neutralità è sem­plicemente antiscientifico. E allora: non è forse più etico (ma direi semplicemente onesto) dichiarare le premesse antropologiche ed i presupposti epistemologici che sono dietro ogni modello terapeutico? Questo mi sembra un pun­to su cui debba essere promossa in Italia una ricerca au­tentica.

    E infine: è vero, ho invitato Mancuso a passare con me una settimana, nel mio studio, per verificare se sia stato giusto prestarsi ad una operazione mediatica di linciaggio così, a mio parere, ingiusta. Rinnovo l’invito e alzo il tiro: potrà ac­cedere, con il permesso dei pazienti, all’agenda degli ap­puntamenti, allo scambio di mail, alle innumerevoli te­lefonate, agli sguardi ed alle sofferenze dei pazienti stessi, insomma a tutto il lavoro svolto.

    Fonte: http://www.aippc.net/  

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