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    La terapia razionale-emotiva attraverso il modello ABC

    Le origini del modello ABC possono essere fatte risalire già al filosofo
    Epitteto, il quale affermava come “Non sono le cose (A) a turbare gli uomini (reazione emotiva=C), ma i giudizi sulle cose (B)”.

    Il concetto cardine della REBT poggia, infatti, su questa antichissima massima e fu elaborata, negli anni 50, da Albert Ellis dando un grande scossone al panorama scientifico americano.
    Prendendo le distanze, ma allo stesso tempo facendo leva su esso, dal comportamentismo pavloviano, Ellis contestò le applicazioni in campo terapeutico di tale modello evidenziando come la presenza del linguaggio, e in modo maggiore della sua componente simbolica, ci differenzia in modo assoluto da qualsiasi altro genere di animale.

    L’uomo, infatti, regola il proprio comportamento in base alle sue sensazioni che vengono rinforzate o punite, come del resto fa anche il cane pavloviano ma, differenziandosi in maniera netta dal resto degli animali, anche dai propri processi simbolici e anche dai suoi stessi pensieri.
      
    Così i cani temono gli stimoli sgradevoli reali mentre gli uomini temono anche quelli che loro, nella più totale arbitrarietà, definiscono come tali. Ellis chiama “paure definizionali” la maggior parte di disturbi con cui un terapeuta si trova a dover intervenire; paure che erano state originariamente definite ad altri e che in seguito gli individui avevano fatto proprie facendole rivivere e divenire parte integrante della personale filosofia di vita.

    Attraverso, quindi, la facoltà del linguaggio gli uomini traducono arbitrariamente i propri desideri psicologici in bisogni definizionali.

    Come si può dedurre l’impianto teorico di Ellis si basa sull’assunto secondo cui pensieri ed emozioni non sono due processi distinti ma, che sotto diversi aspetti, sono identici.

    Negli anni si è sviluppata una visione dell’essere umano olistica in cui i singoli processi psichici possono venire trattati singolarmente soltanto a fini clinici, didattici o euristici.
    Questa visione rende maggior giustizia a quegli approcci, e la REBT è uno di essi, che hanno visto la valutazione cognitiva insita nelle emozioni come una componente fondamentale per poter intervenire in sede terapeutica sul disturbo.

    Il concetto secondo cui le emozioni umane sono in larga parte una forma di pensiero estremamente personalizzato ed influenzato dalle percezioni precedenti ci porta a trattare i disturbi emotivi incentrando il lavoro su quelle verbalizzazioni interne che le hanno scatenate.

    Questa premessa teorica è indispensabile per arrivare al modello diagnostico dell’ABC che ha come obiettivo principale quello di far percepire al paziente la vera fonte del disturbo nevrotico che porta con sé. Tale modello postula l’essere umano non come recettore passivo degli stimoli ambientali ma come attore che costruisce la sua realtà attraverso la propria percezione del mondo.

    Semplificando possiamo descriverlo così: l’ambiente offre una serie sterminata di stimoli, uno di essi viene scelto dall’attenzione selettiva in base al proprio sistema di valori.
    Una volta selezionato lo stimolo, l’individuo lo percepisce e gli da un significato, una inferenza, ed infine un valore in termini del suo idiosincratico codice di convinzioni.
    Passa, quindi, dal mondo reale delle cose al mondo simbolico delle parole. Questo “giudizio” circa l’evento provoca una risposta emotiva, e comportamentale, che è, nella sua forma disfunzionale, il disturbo nevrotico.

    Ellis ha cercato di codificare una serie di convinzioni irrazionali che sono alla base della stragrande maggioranza dei disturbi nevrotici.

    Di seguito ci limitiamo a riportare gli elementi portanti più frequenti:

    a)
    Doverizzazione verso se stesso, gli altri o l’universo (“la tirannia dei doveri” della Horney).

    b)
    Intolleranza alla frustrazione.

    c)
    Catastrofizzazione delle eventuali conseguenze spiacevoli.

    Nel percorso terapeutico della REBT una volta utilizzato lo strumento diagnostico dell’ABC per cercare di rintracciare le idee irrazionali del paziente si cercherà, in quanto approccio prettamente attivo-direttivo, di metterle in discussione, che è poi il punto D “dissuasion”.

    Questo viene fatto attraverso tecniche direttive che vedono il terapeuta mettere in discussione i nuclei metafisici del paziente, le sue idee irrazionali, per poterli sostituire con una filosofia di vita migliore, che è poi il punto E.

    Questa breve descrizione del modello ha come obiettivo anche quello di sottolineare i prerequisiti fondamentali nella pratica di una terapia efficace.

    In un approccio attivo-direttivo come la REBT il terapeuta può essere paragonato ad un didatta che cerca di aiutare il paziente a divenire lo psicoterapeuta di sé stesso.

    Focalizzare l’attenzione verso l’identificazione dei nuclei cognitivi, principali responsabili dell’origine e del perdurare dei disturbi psicologici, ed aiutare attivamente i pazienti a capire come possono contestarli e sostituirli investe il terapeuta REBT di un ruolo che molto si avvicina all’insegnante.

    A questo obiettivo arriva attraverso l’assunzione di un atteggiamento di accettazione incondizionale verso il paziente cercando, quindi, di vederlo come un fallibile essere umano.

     

    BIBLIOGRAFIA
    De Silvestri, C. (1999). Il mestiere di psicoterapeuta. Roma: Astrolabio
    Dumont, F. & Corsini, R.J. (2003). Psicoterapie a confronto. Milano: McGaw-Hill
    Ellis, A. (1989). Ragione ed emozione in psicoterapia. Roma: Astrolabio
    Ellis, A. (2000). Addio nevrosi. Verona: Positive Press
    Epitteto (1996). Manuale. Milano: Bur

     

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