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    L’orientamento in Psicoterapia tra formazione ed educazione

    Parlare di una procedura di orientamento per gli indirizzi-scuole di psicoterapia, può sollevare degli immediati interrogativi, dubbi, perplessità, in relazione al significato della parola “orientamento” che sicuramente contiene un discreto tasso di ambiguità. 

    Tale parola può evocare i significati più disparati: da quelli di una “mappatura” delle scuole di psicoterapia esistenti sul territorio nazionale (1), a quello di un servizio di “agenzia informativa” sulla qualità dell’offerta formativa della scuola per “serietà”, possibilità occupazionali ecc. (come spesso occasionalmente avveniva prima della legge 56/89 e anche durante la sua fase d’attuazione relativa ai decreti di riconoscimento delle scuole di specializzazione in psicoterapia)

    Un altro significato della parola orientamento è quello che la intravede come la possibilità di un “felice incontro” tra soggetto (allievo) e modello di psicoterapia (scuola), concepiti come incastri complementari, la cui “reciproca affinità” era fino a quel momento a loro sconosciuta. 

    In altri termini, la scuola “giusta” non può giudicarsi in base ad astratti criteri esterni, quali la moda culturale, la fam, il successo, il risparmio o la fantomatica quanto presunta “serietà” e nemmeno (per gli allievi più preparati), in base ai soli interessi culturali che, pur nella loro significatività di base, possono far scivolare la fatidica “scelta” nella trappola del fascino dell’intellettualismo. 

    Invece, la scuola può essere giusta (o sbagliata), in riferimento al criterio interno delle caratteristiche di personalità del soggetto, o ancor meglio, al criterio di una “interiorità” condivisa. 

    Nelle linee generali è questo il principio di senso con cui viene intesa la parola orientamento in questo scritto. 
    Ma per illustrarne le implicazioni teoriche e le terminazioni tecnico-pratiche è quanto mai necessario partire da un concetto di formazione non-specialistica, ma per così dire “genetico-naturale”, scrutando con il nostro sguardo l’orizzonte della nascita del soggetto. 

    I risultati di un’infinità di studi clinico-sperimentali degli ultimi decenni, sembrerebbero ormai concordare sulla “natura” tipicamente “relazionale” dell’Io infantile (e perciò dell’Io umano in toto), fin dai suoi primordi evolutivi. 

    E’ ormai accertato che un bambino già a 3/4 mesi di vita è in grado di seguire lo sguardo di un adulto; che sorride di più al volto che ricambia il sorriso che a quello che non lo ricambia, che si rinforzano in lui quei comportamenti a loro volta confermati dall’imitazione della stessa madre (Moore, Meltzoff, 1975; Rheingold, Gewirtz, Ross 1959).

    In un gergo più tipicamente psicoanalitico potremo dire che la grande scoperta kleiniana dell’identificazione proiettiva e introiettiva, non si limita soltanto all’individuazione di alcuni meccanismi difensivi primari implicati nella morbosità di gravi psicopatologie e nemmeno soltanto nel rappresentare gli stadi primitivi della crescita, ma il senso più profondo di tale scoperta mette a nudo la natura proiettivo-identificatoria della relazione umana, sancita dalla reciprocità di sguardi, atti, parole. 

    Se una madre non sorridesse mai al suo bambino, il bambino non potrebbe “introiettare” il sorriso della madre e ciò avrebbe delle immediate ripercussioni non solo sul naturale sviluppo di tale manifestazione, ma sul fatto che il bambino non potrebbe sviluppare la necessaria aspettativa di essere corrisposto quando è lui a manifestarsi col sorriso. Come già sosteneva più di mezzo secolo fa Robert Woodworth, non c’è un sentire che non sia anche un ascoltare; e il modo con cui parliamo e ascoltiamo è plasmato dalle nostre attese, dalla nostra posizione e dalle nostre intenzioni (Woodworth, 1947)

    Se ora cominciamo a parlare di orientamento per la psicoterapia il lettore potrebbe rimanere un po’ perplesso non riuscendo a cogliere immediatamente il nesso tra il discorso sulla formazione, l’educazione (per alcuni aspetti anche troppo accademico) e il mondo della psicoterapia. 

    Ma per quanto detto fin qui, qualsiasi “formazione specialistica” a venire non può prescindere dalle linee di sviluppo della “formazione naturale” (anche se mediata dall’acculturazione), nello strutturare quei modi di sentire, pensare, agire che chiamiamo personalità

    Parlare di formazione psicoanalitica, sistemica, cognitivistica, gestaltica. ecc. fa subito venire in mente celebri capi-scuola, teorie, programmi didattici o magari qualche scuola famosa, rimovendo per “vizio culturale” la potenzialità radicale di quella dimensione relazionale e dimenticandosi che i formatori, al pari di tutti gli altri uomini, trasmettono stimoli, mandano messaggi, propongono visioni particolari delle problematiche umane, costruendo così quella situazione-relazione che ha tutti i giustificati motivi per chiamarsi in tal senso “formativa”.

    Ora anche qui è possibile stimare preventivamente il grado di affinità tra due sistemi diversi, visto che il più è già stato fatto?

    Ciò consentirebbe di risparmiare tempo, denaro ed energie non investendo in progetti sbagliati ma capitalizzando a proprio vantaggio (che è anche il vantaggio della scuola) la “scelta” dell’interlocutore giusto.

    I primi psicologi, pionieri degli anni ’70, (quando la legge sull’albo era ancora una meteora) e il percorso formativo un tormentone personale, portano sulla loro pelle i segni di alcuni “fiaschi” clamorosi nel campo della formazione, dovuti proprio al fraintendimento sulla “reciprocità” delle singole aspettative e agli inevitabili vissuti di tradimento (13). 
    La procedura di orientamento si basa proprio sul principio di stima delle affinità di aspettative.
    Per far ciò era necessario individuare un linguaggio psicologico che fungesse da “ponte di lettura” tanto del soggetto (allievo) che del modello di psicoterapia (scuola).

    Tale linguaggio-ponte mentre da una parte avvicina l’allievo al soggetto umano studiato tradizionalmente dalla psicologia della personalità e generale, dall’altra cerca di spogliare i modelli clinici dai gerghi di scuola mettendone a nudo le strutture psicologiche elementari.

    Le tantissime scuole di psicoterapia, infatti, afferiscono ai 6 modelli fondamentali maggiormente radicati nella tradizione clinica: modello psicoanalitico, umanistico-gestaltico, comportamentistico, cognitivistico, sistemico-relazionale, biologico-funzionale.

    Il linguaggio-ponte è rappresentato da 4 fattori fondamentali che correlano le strutture psicologiche di personalità presenti nell’allievo con le strutture psicologiche presenti nel modello. Per esigenze di spazio mi limiterò ad accennarli brevemente:

    1. le Qualità tipologiche del pensiero-linguaggio: come ogni individuo privilegia alcuni processi di pensiero invece di altri, così ogni modello di psicoterapia ha uno stile di pensiero clinico nel leggere il disagio umano;
    2. le Qualità tipologiche relazionali: come ogni individuo ha un suo modo di percepire, approcciare e costruire il rapporto col simile, altrettanto può dirsi per ogni scuola di psicoterapia nei momenti di codifica-decodifica dei messaggi del rapporto clinico;
    3. il Processo dinamico di introversione-estroversione: come ogni soggetto ha una sua dinamica psichica tendente verso l’intro o estroversione, così i differenti approcci psicoterapici inducono una dinamica (intra)interpsichica orientata più verso l’introversione o estroversione;
    4. l’Area degli interessi: come ogni soggetto ha (di solito) degli interessi culturali disciplinari o generici, così ogni modello di psicoterapia è emerso dall’approfondimento di alcune aree culturali e disciplinari dello scibile umano.

    I 4 fattori rappresentano dei paradigmi sintattici di raccordo che omogeneizzano i gerghi di scuola pur esistendo all’interno di essi delle diverse semantiche (che qui non è il caso di trattare), altrimenti non sarebbe vero che ogni modello di scuola è diverso da un altro. 

    Sulle diverse semantiche terapeutiche dell’unica sintassi fattoriale sono stati costruiti dei test-questionari appositi da somministrare all’allievo, capaci in tal senso di evidenziarne l’affinità con un qualsiasi modello di psicoterapia

    In questo modo auspichiamo che, in un futuro non troppo lontano, l’allievo si presenterà alla sua scuola più a cuor leggero, mentre la scuola già saprà chi sta bussando alla sua porta!

    Vai alle schede di Orientamento per la scelta della Scuola di Psicoterapia > 

     

    Bibliografia

    MORIANI M. G. “L’orientamento in Italia”, Le Monnier, Firenze, 1982.
    POMBENI M.L. “Orientamento scolastico e professionale” Il Mulino, Bologna, 1996.
    VIGLIETTI M. “Orientamento. Una modalità educativa permanente” SEI, Torino, 1989.
    PARISELLA U. “L’orientamento della richiesta di formazione in psicoterapia: la scommessa di un progetto”, in “Atti V Congresso Nazionale di Psicologia Clinica”, Abano Terme, Pagus, Treviso,1993.

     

     

     

     

     

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