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    Natascha si racconta «Ero io la più forte»

    È una giovane e bella diciottenne e ha l'aria di chi sa perfettamente di essersi persa qualcosa, ma è anche consapevole della propria forza, quella che l'ha portata fuori dal buco nero Wolfgang Priklopil.

    Emerge dai suoi racconti una profondità non comune, colpiscono la sua capacità di sorridere ancora senza ombre, la buona proprietà di linguaggio e l'ottima memoria, certamente esaltata dal silenzio e dalla solitudine degli otto anni di prigionia. La sensazione guardandola parlare è che contenga almeno due donne: quella forte e determinata che le ha consentito di passare attraverso gli anni dell'isolamento e riuscire a scappare e quella che lei stessa, con il suo modo di raccontare protegge. È quella parte, quest'ultima, che raccoglie la sofferenza per tutto quello che ha passato e riemerge, talvolta in modo evidente. Lei respira profondamente, ma a fatica, come se qualcosa di molto pesante la oprimesse, chiude gli occhi e riporta quel lato della sua persona in secondo piano. Sa come gestire la situazione, ora come ha fatto in passato.

    È questo quello che più colpisce di lei: Natascha è stata capace di diventare padrona di quello che le è accaduto, ha saputo gestire la sua prigionia, sia nelle circostanze pratiche, quotidiane, che dentro se stessa; come quando – ha raccontato – obbligava il suo rapitore a permetterle di informarsi con la radio e i giornali, fino a quando superava le sue crisi claustrofobiche, chiusa nel box dove ha visstuto per anni o sopportava il rumore snervante di un ventilatore vicino, insistente e ripetitivo. Stupisce la lucidità con la quale parla di Wolfgang Priklopil: «Aveva semplicemente una personalità labile, io ero la più forte. Avevo alle spalle un ambiente sociale sano, una famiglia che mi amava, lui no, gli mancava la sicurezza in sè stesso». E ancora: «Era paranoico, perennemente terrorizzato che riuscissi a mandare qualche messaggio, che mi mettessi in contatto con qualcuno». Racconta di come l'uomo fosse divorato dai sensi di colpa, dei molti regali che le faceva. «Pensavo a sua madre – dice – ai vicini di casa. Non mi piaceva l’idea di far scoprire la faccia oscura di un uomo che avevano sempre considerato una brava persona. Soprattutto alla mamma pensavo, ci penso anche adesso, mi fa pena: ha perso non solo il figlio, ma anche la fede in suo figlio» E sulla fuga «Sapevo che fuggendo l’avrei ucciso. Mi aveva sempre detto che si sarebbe ammazzato se fossi scappata».

    I ricordi più terribili sono legati al giorno del rapimento, all'arrivo nel luogo di prigionia e alle sensazioni che il vivere in quella piccola stanza le ha lasciato «Ero sicura che mi avrebbe ammazzato per cui pensavo soltanto a usare bene il tempo che mi avanzava. Ho però guardato bene la casa da fuori, per ricordami qualche particolare nel caso la polizia mi avesse trovato. Poi ho visto quel buio laggiù nel sottoscala. Ero piena di rabbia, perché non avevo cambiato strada (ndr al momento del rapimento) e perché mi sentivo impotente. Piangevo di rabbia.»

    Dei primi momenti di libertà nell' impatto con il mondo esterno ciò che più le sono pesate sono state proprio le reazioni degli altri, genitori, parenti, amici e poliziotti, tutti la volevano abbracciare «stritolare per la felicità». Parla con grande affetto della sua famiglia, vuole andare con loro in crociera e a fare un viaggio in treno, con la sorella, a Berlino. Ma ora, le chiedono gli intervistatori, chi sono le persone di cui si fida di più? Al primo posto Natascha mette il capo degli psicologi che l'assiste, Max Friedrich, poi gli altri specialisti e la famiglia, ma, ammette sorridendo, è soprattutto di se stessa che si fida.

    Resta, nel suo racconto, un buco nero. Non c'è alcun accenno, in nessuna delle interviste che ha rilasciato, ai presunti abusi, nessuno ne parla ufficialmente, ma tutti sono convinti che ne sia stata vittima. Lei racconta che vorrebbe aiutare le donne vittime di sequestri e violenze sessuali in Messico, le popolazioni affamate in Africa perchè sa per averla subita sulla propria pelle cosa sia la fame, e le piacerebbe fondare una istituzione col suo nome in difesa dei minori vittime di crimini.

    Fonte: http://www.ilsole24ore.com

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