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    Obesità e sovrappeso: il ruolo dello Psicologo

    Le persone sovrappeso o obese rappresentano una categoria sociale che diviene frequentemente oggetto di discriminazioni, pregiudizi e stereotipi.
    Tali pregiudizi negativi derivano dal fatto che comunemente si ritiene che il comportamento alimentare e il peso di una persona dipendano esclusivamente dalla propria volontà, trascurando la concomitante presenza di fattori genetici, sociali e psicologici.

    Nelle società occidentali si rileva inoltre una forte pressione sociale rispetto al valore della magrezza, per cui chi non è portatore di questo attributo viene stigmatizzato in modo negativo; si parla in questo senso di un vero e proprio pregiudizio sul peso rivolto alle persone obese o in sovrappeso.

    Tale pregiudizio si manifesta nelle modalità più svariate:
    • derisione, presa in giro verbale (soprannomi negativi, appellativi insultanti);
    • bullismo fisico, psicologico, tramite web;
    • vittimizzazione relazionale o isolamento sociale (le persone sovrappeso possono essere oggetto di esclusione, evitamento).


    Le esperienze percepite di stigmatizzazione e discriminazione incidono in modo rilevante sul benessere psicologico e diminuiscono la probabilità di adottare uno stile di vita salutare, aumentando così il rischio di sviluppare patologie organiche correlate all’obesità. 

     
    In particolare, gli effetti psicologici di tale pregiudizio possono comportare stati di ansia, depressione, bassa autostima, isolamento sociale, fino ad arrivare nei casi più gravi addirittura al suicidio. 

    Questi pregiudizi sono talmente radicati nella società occidentale che favoriscono l’interiorizzazione di un modello fisico eccessivamente magro. I dati mostrano che lo sviluppo di una errata percezione corporea è associato all’aumento della probabilità di diventare obesi e in particolare nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta rappresenta un fattore di rischio molto importante nello sviluppo dell’obesità. 

    Secondo uno studio (Hunger e Tomiyama, 2014) i meccanismi alla base di questi risultati sono i seguenti: 
    • il primo è legato alla stigmatizzazione sociale, infatti le persone che sono state etichettate come grasse nell’infanzia tendono a mettere in atto comportamenti disfunzionali che aumentano le probabilità di diventare obesi. 
    • il secondo è invece legato all’auto-stigmatizzazione e alle ridotte abilità di auto-regolazione e di controllo sui propri comportamenti che queste persone presentano.

    Crescendo questi ragazzi interiorizzano i pregiudizi legati al peso, diventano più ansiosi e depressi e questi stati emotivi rendono loro più difficile adottare un corretto stile di vita.

    Esasperando la volontà di controllare la propria alimentazione con l’attuazione di diete ferree per dimagrire che sono spesso disattese  si determina una percezione di incapacità di controllo  e ne derivano emozioni negative come tristezza e ansia.

    Così si entra in un circolo vizioso che è difficile bloccare.
    Inoltre queste persone pensandosi già grasse fanno più fatica a sviluppare una corretta percezione del proprio peso corporeo e delle eventuali variazioni.

    L’aumento della popolazione in sovrappeso, i modelli sociali di enfasi della magrezza, i pregiudizi e gli stereotipi pervasivi possono concorrere nel determinare gravi danni ed è pertanto necessario che le professionalità chiamate in causa contribuiscano all’adozione di sistemi integrati e strategie per far fronte al problema.

    Approccio multidisciplinare
    Il tema del sovrappeso e dei disturbi del comportamento alimentare è estremamente complesso e articolato e si sviluppa su varie dimensioni. Necessita pertanto di essere gestito con un approccio integrato e multidisciplinare che coinvolga medici, dietologi, nutrizionisti, biologi, psicoterapeuti e  psicologi. Tale approccio multidisciplinare è necessario sia in fase di valutazione (assessment) che di trattamento (management). 

    La dieta da sola risulta inefficace, spesso non viene seguita in modo costante, non fornisce risultati duraturi nel tempo e in alcuni casi può addirittura favorire lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare.

    La cooperazione tra le principali figure professionali coinvolte nel processo di cura, come il chirurgo, l’endocrinologo, il nutrizionista e lo psicologo, assicura un più rapido miglioramento delle condizioni di salute e consente di seguire il paziente per tutto il percorso di cura.

    Solo adottando un approccio multidisciplinare si può raggiungere l’obiettivo di mantenere nel tempo i risultati e ottenere la riduzione dell’incidenza di complicanze e patologie correlate. 

    In funzione del livello di gravità clinico‐psicofunzionale della malattia tale approccio deve prevedere un intervento nutrizionale, una rieducazione funzionale, una terapia psicologica e motivazionale. 
     
    In alcuni casi selezionati e su specifiche indicazioni mediche si potrà fare ricorso a farmaci e/o alla chirurgia.
     
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