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    Psicologia e ambiente, come la mente può salvare il pianeta dal global warming

    Il numero speciale di maggio-giugno di American Psychologist (il giornale dell' American psychological association – Apa) é dedicato alle nuove intuizioni degli psicologi per combattere il cambiamento climatico, mentre si aiutano le persone a far fronte agli impatti ambientali, sulla salute ed economici che stanno già colpendo la vita degli individui. Secondo gli autori di "Psychology's Contributions to Understanding and Addressing Global Climate Change", «Il cambiamento climatico pone rischi significativi,  e in molti casi già colpisce, una vasta gamma di sistemi naturali e umani» e fanno  appello agli psicologi perché aumentino la ricerca nel campo del global warming e perché lavorino a stretto contatto con l'industria, la pubblica amministrazione, e il mondo della scuola per affrontare il cambiamento climatico.

    Il numero speciale di American Psychologist  si basa sui risultati e le raccomandazioni di "Psychology and Global Climate Change. Addressing a Multi-faceted Phenomenon and Set of Challenges", il rapporto 2009 della Task Force Apa, che sintetizza l'attuale letteratura scientifica e le riflessioni su: come le persone comprendono i rischi del cambiamento climatico; le determinanti psicologiche e contestuali dei comportamenti umani che influenzano il clima; l'impatto psicosociale dei cambiamenti climatici; come le persone si adattano per affrontare le minacce legate ai cambiamenti climatici; i fattori psicologici che guidano l'azione per limitare il cambiamento climatico; il ruolo degli psicologi in risposta al cambiamento climatico.

    Janet K. Swim, della Pennsylvania State University ed ex presidente della Task Force Apa Interface Between Psychology and Global Climate Change, scrive nell'articolo introduttivo dello speciale che «La psicologia è fondamentale per capire le cause umane e le conseguenze dei cambiamenti climatici. Inoltre, la psicologia può svolgere un ruolo significativo per contribuire a limitare o mitigare il cambiamento climatico».

    Secondo Paul C. Stern, del National research Council «Il ruolo che possono svolgere gli psicologi può essere diverso da quel che molti si aspettano. I contributi psicologici per limitare il cambiamento climatico non cercherà di cambiare gli atteggiamenti delle persone, ma contribuirà a rendere le tecnologie a basse emissioni di carbonio più attraenti ed user-friendly, gli incentivi economici più trasparenti e facili da utilizzare e le informazioni più fruibili e pertinenti per le persone che ne hanno bisogno». Stern nell'articolo "Contributions of Psychology to Limiting Climate Change" sottolinea che «Negli Stati Uniti, l'utilizzo dei veicoli a motore e del riscaldamento sono le cause più significative del cambiamento climatico e quindi i più importanti obiettivi di riduzione delle emissioni», secondo l'articolo di Stern, «Contributi di Psicologia per limitare i cambiamenti climatici. Le azioni Individuali delle persone e delle famiglie hanno un impatto maggiore sul clima globale rispetto a qualsiasi altro settore economico, con ben il 38% delle emissioni di anidride carbonica da uso diretto di energia da parte delle famiglie».

    «Gli psicologi dovrebbero aiutare, prima di tutto perché possono – scrive Janet Swim della Penn State University – aiutare efficacemente l'umanità per la mitigazione e l'adattamento». La Swim e Susan Clayton, del College of Wooster e George S. Howard dell'University of Notre Dame, nell'articolo , "Human Behavioral Contributions to Climate Change". hanno analizzato il consumo umano e la popolazione come i due fattori più significativi a livello globale per l'accelerazione dei cambiamenti climatici e hanno evidenziato che devono essere prese in considerazione le diverse culture e le questioni etiche: «La pratiche culturali influenzano i fattori psicologici, definendo quelli che sono considerati mere esigenze rispetto ai desideri e rendendo possibili opzioni di comportamento particolari, possibili e desiderabili».

    Thomas J. Doherty, della Lewis & Clark graduate school of education and counseling and Clayton, scrive nell'articolo "The Psychological Impacts of Global Climate Change" che «Il cambiamento climatico è una questione particolarmente difficile da affrontare perché evoca una risposta umana diversa rispetto alle altre crisi globali. Risposte altruistiche o comunitarie di supporto sono associate ai disastri naturali, mentre l'incertezza e le divisioni sono associate ai disastri tecnologici. La risposta umana al cambiamento climatico rende confusa la distinzione tradizionalmente presente tra le risposte alle catastrofi naturali e tecnologiche».

    Gli psicologi possono utilizzare la psicologia delle catastrofi  per quanto riguarda l'adattamento a lungo termine, riconoscendo che le risposte sono differenti tra le catastrofi naturali e tecnologiche, ma hanno identificato l'impatto psicologico del cambiamento climatico associato a condizioni climatiche estreme, disastri naturali e ambienti degradati come un danno diretto alla salute mentale, con conseguenze indirette, come l'ansia e l'incertezza, e con un impatto psico-sociale, compresa le violenze legati al caldo, i conflitti per le risorse, le migrazioni, lo spostamento di popolazioni, e lo stress ambientale cronico.

    Il problema è sempre quello: semplificare e chiarire e se si vogliono elaborare politiche per rendere più consapevoli le persone sul global warming quel che bisogna ricordare è questa formula:  I = TPN (Impact = Plasticity, technical, number) cioè l'Impatto di ogni cambiamento comportamentale sarà uguale al suo potenziale Tecnico per risolvere il problema, alla Plasticità, ai tempi ed ai comportamenti necessari per conformarsi ad esso, al Numero di persone ed ai tempi in cui effettivamente viene soddisfatto. Una formula che lo studio applica ad esempio al semplice riciclaggio delle bottiglie di plastica o al più impegnativo isolamento termico di una soffitta, tecnicamente possibili e molto efficaci, ma che hanno bisogno di molta plasticità comportamentale prima che qualcuno cominci a farlo effettivamente. Ancora più complicato è l'acquisto di una vettura ibrida, che può fare molto per l'ambiente, ma che finché i prezzi non calano non sarà una scelta che molte persone sono disposte a fare.

    La negazione è un altro potente fattore psicologico. I ricercatori fanno l'esempio della Norvegia, Paese leader in campo ambientale, per l'istruzione, la sanità, il benessere sociale, ma che tende a negare il suo ruolo nei cambiamenti climatici perché la produzione e la vendita di petrolio sono centrali per la sua prosperità.

    Un articolo traccia la mappa delle reazioni degli americani di fronte ai cambiamenti climatici: il 33% è preoccupato, il 19% è cauto, il 12% non se ne interessa, ma spiega che entrano in gioco sensi di colpa, disperazione, dubbio, dolore e rabbia a seconda dei gruppi intervistati e in quale modo vengono formulate le domande. Alla fine bisogna comportarsi come i politici nei loro collegi elettorali: visti che non tutti possono essere convinti dei pericoli del global warming bisogna «imparare a sfruttare i sentimenti primordiali che le persone hanno in risposta ai cambiamenti climatici», come ha fatto Al Gore. E' la stessa cosa che sta accadendo per il nucleare con Fukushima.

    Il meccanismo viene spiegato utilizzando i forni a microonde: quando furono introdotti negli anni '70 erano poco più che una curiosità per poche persone; ancora nel 1996 solo il 32% degli americani ne sentiva la necessità, anche se ce lo aveva già più del 32%; nel 2006 il 68% degli americani considerava il forno a microonde assolutamente necessario. «Molte più persone – dice lo studio – avrebbero potuto essere persuase ad essere microonde-free negli anni ‘90 rispetto a oggi, cosa che sarebbe stato bene conoscere in quel momento».

    Lo speciale di American Psychologist spiega che bisogna essere cauti ma anche fare luce sui comportamenti umani per "spaventarci" ed agire prima che sia troppo tardi. «La Disperazione – spiegano gli autori – è una delle reazioni più diffuse di fronte all'enormità della crisi del cambiamento climatico, e purtroppo è una delle più pericolose. Le persone che hanno davvero smesso di credere che ci sia qualche soluzione per un problema, smettono anche di fare qualsiasi cosa per esso. Se siete al market per una macchina nuova, perché non acquistare un Hummer, dato che il pianeta in ogni caso andrà all'inferno? Questo è il tipo di pensiero che si paga se non si previene in anticipo». E vale per tutti i pericoli del cambiamento climatico: siccità, inondazioni, uragani, come per il semplice aumento della temperatura, che potrebbero rappresentare il più brutto problema. Il nesso tra caldo e violenza è stato stabilito da tempo, dato che i tassi di omicidi tendono ad aumentare durante l'estate, specialmente nelle città affollate». Secondo uno studio citato dal giornale, ogni 2 gradi Fahrenheit (1,1 C) di aumento della temperatura globale porteranno 24.000 omicidi in più negli Usa ogni anno.

    Naturalmente c'è ancora tempo, per invertire, o almeno rallentare, il nostro declino ambientale prima che cominciamo a scannarci l'un l'atro più di quel che facciamo già in giro per il mondo. Gli psicologi potrebbero aiutarci a capire meglio come fare partendo dalla nostra mente che non comprende i cambiamenti rapidi che abbiamo innescato nel pianeta che è la nostra casa comune.

    Articoli di Umberto Mazzantin, tratto da: www.greenreport.it

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