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    Teoria di Barkley e implicazioni per il trattamento dell’ADHD

    Barkley è uno dei maggiori studiosi dell’ADHD che nel suo ormai tradizionale libro “ADHD and the Nature of Self Control”, ha proposto una importante teoria su questo disturbo.

    Barkley sostiene che il deficit fondamentale dell’ADHD non risieda nella mancanza di attenzione, come dal nome del disturbo si potrebbe supporre, ma nella capacità di auto regolazione.

    Problemi come la disattenzione, l’impulsività e l’iperattivita, considerati i tre sintomi cardine dell’ADHD, sono problemi che derivano da questo deficit sottostante.

    Barkley spiega che durante il corso dello sviluppo il comportamento del bambino passa da essere governato da fonti esterne a essere sempre più governato da regole interne, ovvero ciò che comunemente chiamiamo “autocontrollo”.

    Un bambino piccolo ha scarse abilità di frenare un proprio impulso e se lo fa è perché qualcosa o qualcuno in quel momento e accanto a lui lo trattiene dal farlo o gli ricorda che è meglio comportarsi in un altro modo. Un bambino più grande che abbia l’impulso di lanciare un gioco potrebbe non agire quell’impulso perché autonomamente è capace di prevedere le conseguenze spiacevoli del proprio comportamento, come il fatto che il gioco si potrebbe rompere, o segue una regola interna come “non è bello perdere il controllo”. Secondo Barkley, nei bambini con ADHD questa capacità non si sviluppa adeguatamente. 

    Considerare l’ADHD un disturbo delle capacità di auto regolazione piuttosto che un disturbo dell’attenzione ha delle implicazioni per la comprensione delle reali difficoltà di un soggetto con ADHD e per il tipo di intervento da implementare.

    Come dice Barkley “l’ADHD è un problema nel fare ciò che uno sa piuttosto che nel sapere cosa fare”.

    Per esempio anche se un bambino desidera avere degli amici ed ha mostrato in passato comportamenti cooperativi sapendo quindi che la condivisione e la cooperazione sono importanti per mantenere un’amicizia, può non riuscire ad applicare le sue motivazione, conoscenza e abilità con perché il suo comportamento è guidato dalla gratificazione di ottenere un premio immediato.
    Oppure un bambino può conoscere gli step da seguire per fare un buon lavoro, ma non agire in questo modo nel contesto scolastico per difficoltà a gestire il tempo o ad usare il dialogo interiore per guidare il comportamento. 

    L’implicazione che ne deriva per il trattamento è che questo dovrebbe focalizzarsi su come applicare le conoscenze nel momento appropriato piuttosto che sull’insegnare specifiche abilità.
    E questo comporta la modificazione del contesto, la programmazione e l’utilizzo di stimoli esterni con la funzione di reminder per il bambino. 

    Per esempio, al bambino del primo esempio potrebbe non essere utile insegnare delle abilità sociali se già le padroneggia, quanto più organizzare il contesto in modo che stimoli l’applicazione di questi comportamenti al momento giusto.
    Per il secondo bambino può essere utile avere gli step che deve seguire per lo svolgimento del compito scritti sul foglio e un adulto che al momento giusto gli ricorda di passare allo step successivo. 
    In generale il principio proposto da Barkley è quello di compensare il deficit del bambino nell’autocontrollo fornendo il più possibile indicazioni e reminder esterni.

    Anche quando vengono forniti questi stimoli esterni, però, gli individui con ADHD spesso falliscono a causa della loro sensibilità alle conseguenze immediate di un comportamento in assenza di auto regolazione.
    E’ quindi necessario fornire ricompense e privilegi connessi con il comportamento desiderato, che siano più attraenti di quelli associati al comportamento usuale.  

    Bisogna prestare molta attenzione all’immediatezza della ricompensa
    Per esempio dire a un bambino con ADHD che se avrà un buon comportamento a scuola nella settimana riceverà un premio nel weekend è una strategia che tipicamente non funziona, perché richiede al bambino di avere comunque quel controllo interiorizzato che è proprio il fulcro del suo problema.  
    Per superare questo ostacolo, si possono dividere gli obiettivi a lungo termine in obiettivi a breve termine, ciascuno associato con una ricompensa. Per esempio il comportamento della settimana va suddiviso in comportamenti specifici in ciascuna ora, e quando il bambino mostra il comportamento desiderato va assegnata una ricompensa immediata

    Proprio perché l’ADHD consiste di un deficit delle funzioni di auto-regolazione, questi interventi secondo Barkley servono soprattutto a gestire il comportamento, piuttosto che a curare il disturbo, e vanno mantenuti nel tempo.
    Va però anche sottolineato che le capacità di auto-regolazione dei bambini con ADHD maturano nel tempo e che programmare interventi comportamentali secondo la logica sopra esemplificata fornisce loro maggiori occasioni di apprendimento e di miglioramento. 
     
     
    La dott.ssa Marta Schweiger è docente per il corso d'aula organizzato da Obiettivo Psicologia: "ADHD: strumenti e tecniche per la valutazione e il trattamento"
     
     
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