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    Utilizzo dell’autoipnosi per l’operatore che lavora con il paziente terminale

    E’ molto importante per chi lavora accanto ad un malato terminale, portare avanti un costante e necessario lavoro su se stessi, sulla propria finitudine, sulle proprie reazioni corporee e imparare a percepire e gestire le proprie emozioni.

    Per es. la malattia del paziente può rievocare esperienze personali, facendo rivivere all’operatore sentimenti di lutto, impotenza e colpa vissuti in passato rendendo così più stressante e difficile il lavoro clinico.

    L’ipnosi è molto utile a capire come poter lavorare con la giusta vicinanza nei confronti del paziente: è quella che fa sentire il calore senza scottarsi, che fa sentire la sofferenza, le esigenze, la volontà e le fragilità del paziente senza farsi sopraffare.

    Per questo l’autoipnosi ed il rilassamento favoriscono lo svilupparsi di quell’attenzione particolare verso ciò che il proprio corpo cerca di dire. Si impara a capire come mai si provano determinate emozioni in determinate occasioni. Si impara a comprendere la relazione tra il proprio comportamento e l’effetto di questo su un’altra persona.

    Si impara, quindi, a modificare se stessi per stare al meglio nella situazione.

    Caso clinico
    C.G era una giovane donna di 38 anni affetta da un tumore ai polmoni. Sposata con una bimba di 3 anni. Era assistita dalla madre perché il marito era costretto a lavorare. L’intervento della psicologa era stato richiesto dalla madre della paziente che desiderava per lei tutto l’aiuto possibile per affrontare il peggioramento delle condizioni cliniche. L’incontro con C.G si era dimostrato da subito molto intenso dal punto di vista emotivo.

    Si era subito informata se avessi dei figli, andando a toccare immediatamente una “corda“ molto sensibile, avendo anch’io un figlio di 3 anni. Anche se con fatica aveva raccontato la storia della sua vita, da cui era emerso come evento traumatico la perdita del padre, per tumore ai polmoni, quando lei aveva solo 10 anni.

    Ricordava con dolore quegli ultimi “terribili” giorni in cui la madre era totalmente dedita alle cure del marito e durante i quali lei si era sentita “inutile e sola”. Le venivano lasciati pochi spazi per stare con suo padre, e in quei pochi momenti in cui poteva stare al suo fianco lui era stanco, soporoso e sembrava quasi “infastidito” dalla sua presenza.

    Ancora tra le lacrime ricordava quanta rabbia avesse provato nei confronti del genitore che la stava lasciando. Non voleva perderlo. Non voleva restare senza padre. Non voleva sentirsi diversa dai suoi compagni di scuola.
    Non capiva perché doveva capitare proprio al suo papà. Si era sentita sollevata quando la madre l’aveva mandata a casa dei nonni perché lì tutto era “normale”, si poteva giocare e nessuno piangeva.

    Aveva così immaginato che anche per la sua bimba, anche se ancora molto piccola, fosse difficile quanto incomprensibile che la sua mamma non giocasse con lei, che non la prendesse in braccio, che non la portasse al parco.

    Temeva di essere causa di dolore e frustrazione per sua figlia e così aveva deciso, con un certo anticipo rispetto ai “tempi previsti”, di farla trasferire a casa dei suoceri. Ero stata impassibile mentre spiegava le motivazioni di tale decisione, cercando di mostrare comprensione ma ricordo di essermi sentita attraversare da un misto di emozioni che andavano dalla tristezza alla rabbia al senso di impotenza per non poter impedire che una mamma si separasse dalla sua creatura.

    In particolare provavo una forte rabbia nei suoi confronti perché non capivo perché, anziché separarsi prematuramente dalla figlia, non cercasse di stare più tempo possibile con lei.
    Quella notte non ero riuscita a dormire. Nei giorni seguenti anche il mio comportamento nei confronti di mio figlio si era modificato. Gli avevo dedicato molte più coccole e attenzioni del solito, gli avevo comprato un regalo e lo avevo fatto dormire con me nel “lettone”.

    Ero perfettamente consapevole di essere “caduta” nel meccanismo dell’identificazione con la paziente e per rompere quel meccanismo l’utilizzo dell’autoipnosi si era dimostrato efficace nel ristabilire la “giusta distanza emotiva” dalla sofferenza della paziente.

    Ma per raggiungere tale obiettivo avevo dovuto confrontarmi per la prima volta con la mia morte nel ruolo di mamma.

    Un viaggio doloroso nel profondo delle mie emozioni che però mi ha consentito di riconoscere e separare le mie paure da quelle della paziente, i miei bisogni dai suoi.

    Avevo così potuto elaborare la rabbia che avevo provato nei suoi confronti, riconoscendo che dietro ad essa era nascosto un mio bisogno oltre che il senso di inutilità per non poter fare nulla per modificare la sua fine.

    L’operatore che lavora a stretto contatto con persone alla fine della loro vita si confronta con emozioni forti e profonde. Il coinvolgimento emotivo può dipendere dalla somiglianza che elementi propri della vita del paziente possono avere con la sua vita oppure dalla durata dell’assistenza. Se non viene mantenuta la “giusta distanza emotiva” rispetto ai vissuti del paziente e dei familiari, l’operatore può incorrere nell’identificazione o nel distacco.

    Nel primo caso l’operatore si identifica con le sofferenze del paziente e/o dei familiari, non riuscendo più a distinguere tra quelli che sono i suoi bisogni e i loro, a scapito di un’efficace assistenza. Nel caso del distacco, l’operatore erige un muro che possa proteggerlo da emozioni troppo dolorose determinando però una relazione fredda in cui non esiste un contatto emotivo.

    Come si può facilmente intuire entrambe queste modalità di relazionarsi con l’altro ne impediscono un reale incontro e nonostante l’operatore sappia bene quanto sia importante, nel lavoro con un paziente terminale, il contatto umano, possono capitare casi difficili in cui sente di non possedere gli strumenti adatti.

    In questo caso l’autoipnosi può rappresentare un valido strumento che consente all’operatore di portare l’attenzione al proprio mondo interiore, alle proprie emozioni, a sentire profondamente che cosa l’altro suscita in se stesso e perché. Si viene così a creare una relazione autentica con l’altro che percepisce di essere accolto e ascoltato dall’operatore al quale quindi si affida con fiducia.

    L’efficacia dell’ipnosi ericksoniana nell’ambito di un contesto tanto delicato e intimo quale è quello della terminalità, può essere ben spiegata da alcuni dei princìpi su cui si fonda.

    Per esempio il rispetto nei confronti della persona alla fine della sua vita. Rispetto per il suo dolore e la sua paura. L’operatore si avvicina con semplicità, naturalezza, adattando il linguaggio e il tono della voce.

    Si adatta alla persona che ha di fronte senza invaderla, senza essere intrusivo. L’operatore attua un continuo lavoro di rielaborazione del proprio modo di relazionarsi con l’altro, adattandosi a ciò che di volta in volta la persona con cui lavora decide di portare nello spazio della loro relazione.

    Il confronto con la morte dell’altro, mette l’operatore di fronte alla paura della propria morte. L’utilizzo dell’ipnosi e dell’autoipnosi restituisce la libertà di poter sentire ed esprimere le nostre emozioni.

    Tratto da “Accompagnare. Ipnosi ericksoniana e malattia terminale” Autori N. Gava, P. Rosso, A. Piedimonte Ed. Sublivion 2012

     

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