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    Voglio una vita impasticcata

    Fevarin, Dumirox, Sereupin, Eutimil, Zoloft. Nomi impronunciabili che centinaia di migliaia di italiani conoscono benissimo.

    Medicine che nel corso dell’ultimo lustro sono diventate famose e consumate quanto il Prozac, scorciatoie comode e low cost, accusano gli scettici, per chi soffre e non vuol sentire e affrontare il dolore. La depressione si allarga a macchia d’olio tra gli adolescenti e la generazione a cavallo tra i venti e i trenta, e la soluzione più gettonata è lo psicofarmaco.

    Secondo le statistiche del progetto Arno, in Italia nella fascia d’età compresa tra i 19 e i 44, una ogni 18 donne prende pasticche e gocce. Nei maschi la percentuale si riduce, ma il dato resta impressionante: un uomo su 33 fa regolarmente uso di psicofarmaci (vedi tabella in alto).

    Un disagio generazionale crescente che ha convinto molti atenei ad aprire centri di ascolto sul modello dei counselling anglosassoni. In pochi anni gli psicologi e gli psichiatri hanno avuto un enorme boom di richieste, tanto che le liste d’attesa possono durare settimane.

    Gli studenti discutono dei loro disturbi persino in forum ad hoc su Internet. “I segni di un’infelicità diffusa”, racconta Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica alla Federico II che quest’anno ha effettuato 224 colloqui con oltre cinquanta studenti: “Anche i docenti più attenti possono accorgersi dei disturbi. Da semplici blocchi dell’apprendimento a problematiche più serie di tipo relazionale.

    I casi più diffusi riguardano questioni edipiche, sintomi fobico-ossessivi, presenza di disturbi legati all’alimentazione e all’identità psico-sessuale”. A Napoli il centro è stato usato anche da decine di giovani con tendenze transessuali, ma gli psicologi danno una mano anche agli allievi dell’Accademia aeronautica di Pozzuoli. “Ragazzi sani che aiutiamo ad adattarsi alla nuova vita militare”.

    Uno spaesamento devastante può invece investire i fuorisede, che senza famiglia e senza amici sono tra i più soggetti a crisi depressive e d’identità. All’uscita i laureati possono avere disagi causati dalla mancanza di prospettiva lavorativa, dall’impossibilità di creare una vita autonoma e dalla distanza tra ambizioni e realtà.
    A Valerio gli psicofarmaci non piacciono, ma ammette che l’uso è in trend esponenziale. “Si semplifica qualsiasi malessere, si medicalizzano persino la melanconia e la tristezza.
    Si prescrivono antidepressivi anche se il paziente è normalmente dispiaciuto per un lutto di una persona cara. Si vuole una soluzione senza il rischio di mettersi in gioco con una psicoterapia lenta e difficile, si rifiuta un impegno emozionale”.

    Soprattutto le donne usano le sostanze psicotrope per combattere stress e disturbi della personalità. Senza alcun controllo: il collettivo studentesco della facoltà di Psicologia della Sapienza ha denunciato che persino gli studenti di psicologia fanno uso di psicofarmaci in quantità industriali “senza neanche andare dal dottore”, e hanno chiesto al preside l’apertura di uno sportello informativo per combattere il fenomeno.

    A Milano gli studenti della Bicocca hanno messo in piedi un forum in cui si chiacchiera anche delle esperienze con il Dumirox e il Prozac. Molti li hanno provati, altri li assumono regolarmente. “Ti senti allegro, ma sai che non dovresti esserlo, come se ti fosse imposto dall’esterno,” racconta un ragazzo: “Il mio psichiatra mi ha detto: ‘È normale’. Sono andato avanti per due anni”. Mathi, dopo due anni di psicoterapia, affianca i farmaci, e ammette: “La mia vita è cambiata davvero, come aveva promesso il medico. Le pillole hanno cancellato le mie paure”. Nel capoluogo lombardo sono soprattutto le donne ad assumere antidepressivi, anche se solo il 20 per cento ha davvero una malattia mentale. C’è chi parla dei farmaci che agiscono sulla serotonina come “di una vera e propria manna dal cielo”. Il professor Giuseppe Remuzzi qualche mese fa sosteneva che anche i genitori premono per il consumo dell’antidepressivo, e se il medico non lo prescrive sono pronti a bussare a un’altra porta.

    Articolo di di Emiliano Fittipaldi, tratto da: www.espresso.repubblica.it

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