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    Vorrei vederti ballare

    Vorrei vederti ballare è un film del 2011. Opera prima del regista Nicola Deorsola. Martino (Giulio Forges Davanzati) ed Ilaria (Chiara Chiti) sono i protagonisti di questo dramma che tocca con garbo e leggerezza lo scottante tema dei disturbi alimentari. Martino è uno studente di psicologia e ogni giorno vede Ilaria, nella scuola di danza proprio di fronte casa sua. La ragazza è in terapia con il padre (psicoterapeuta) di Martino e a cui dopo una serie di stratagemmi riuscirà a sostituirsi creando finalmente un legame con questa. 

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    I disturbi alimentari sono quei disturbi in cui vi è la compromissione dell’alimentazione. Perdita dell’appetito. Rifiuto di mantenere il peso al di sopra del peso minimo, intensa paura di ingrassare anche se in sottopeso, alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso/forma sull’autostima e rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione, nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, per almeno 3 cicli mestruali consecutivi.

    Il DSM descrive le due seguenti categorie specifiche: 
    CRITERI DIAGNOSTICI PER ANORESSIA NERVOSA:

    A) 
    Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura (peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).
    B) Intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
    C) Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza di questi sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.
    D) Amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.

    Sono inclusi due sottotipi:
    • Con Restrizioni: non ha presentato abbuffate o condotte di eliminazione;
    • Con Abbuffate/Condotte di Eliminazione: che si sono presentate regolarmente (vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici …).
    CRITERI DIAGNOSTICI PER BULIMIA NERVOSA:
    A) Ricorrenti abbuffate, caratterizzate da entrambi i seguenti:
    1. mangiare in un definito periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che ci si aspetterebbe;
    2. sensazione di perdere il controllo durante l’episodio.
    B) Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso (vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici…).
    C) Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno 2 volte alla settimana, per 3 mesi.
    D) I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.
    E) L’alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa.
    Sono inclusi due sottotipi:
    1. Con condotte di eliminazione.
    2. Senza condotte di eliminazione: ha utilizzato altri comportamenti compensatori inappropriati (digiuno, esercizio fisico eccessivo).
    I disturbi alimentari sono largamente diagnosticati nei paesi occidentali, soprattutto dopo gli anni ’80, mentre nei paesi in via di sviluppo l’incidenza non è socialmente rilevante. 
    Tra le regioni maggiormente colpite vi sono quelle del Nord America (Stati Uniti e Canada) e dell’Oceania (Australia e Nuova Zelanda). In america, secondo i dati pubblicati dall’American Psychiatric Association (APA), questi disturbi colpiscono tutte le classi sociali ed etniche, con una prevalenza dell’anoressia tra lo 0,5 e il 3,7%  e della bulimia tra l’1,1 e il 4,2% (a seconda dei criteri diagnostici d’inclusione).
    Secondo un rapporto sulle malattie mentali di Health Canada, c’è stato un incremento del 34% delle ospedalizzazioni dal 1987, con un’incidenza della patologia sulla popolazione totale del 2%. Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’incidenza è dello 0.3-0.8% per l’anoressia e 1-2% per la bulimia, dati che salgono notevolmente includendo anche i casi sub-clinici. 

    Teorie psicoanalitiche-psicodinamiche
    Nel libro "Il disturbo alimentare. Modelli, ricerche e terapie" ci sono diverse teorie sull’origine di questa psicopatologia.
    Secondo Freud questa forma di isteria trae origine dall’incapacità del soggetto di abbandonare la fase libidica orale e ciò lo porta a sessualizzare le funzioni alimentari. La fissazione a questa fase può causare la perdita dell’appetito e portare al disturbo alimentare. Successivamente, nel 1895, Freud associa l’anoressia ad una forma di melanconia che compare quando la sessualità non si è ancora sviluppata, ed il disturbo alimentare deriva dal lutto per la perdita della libido.
    Freud ha ipotizzato una regressione allo stato “narcisistico” o alla fase dell’ “oralità attiva” dove esperienze traumatiche, legate alla fase orale, hanno portato il soggetto ad una rimozione della libido con una fissazione alla fase pre-edipica dell’oralità e del legame tra pulsione di morte ed alimentazione. Le pulsioni legate al trauma rimosso potrebbero attualizzarsi attraverso il riemergere della libido e predisporre quindi ai disturbi alimentari. 

    Abraham
    (1916) vede l’anoressia come uno stato malinconico-depressivo in cui sono proibiti i desideri orali-cannibalici che portano questi soggetti ad un totale rifiuto del cibo. 

    Waller et al
    . (1942) pongono l’accento sulle conflittualità familiari dove l’alternarsi degli episodi anoressici verrebbero interpretati come una regressione a un livello infantile con perdita della sessualità cosciente. L’anoressia assume un significato simbolico di difesa nei confronti di fantasie di fecondazione orale, di conseguenza l’amenorrea rappresenterebbe il rifiuto della sessualità genitale e della gravidanza, mentre la costipazione equivale al figlio nell’addome.

    La Klein (1967) ritiene che un sano sviluppo psico-fisico derivi dal passaggio dalla fase schizo-paranoide, in cui il seno materno è dissociato in due oggetti parziali caratterizzati dal seno buono introiettato e dal seno cattivo che viene espulso ed attribuito all’esterno, alla fase depressiva caratterizzata dal relazionarsi non ad oggetti parziali ma ad un oggetto intero (la madre). Secondo la sua teoria l’anoressica non avrebbe completamente superato la posizione schizo-paranoide e rifiuterebbero il cibo in quanto teme che l’incorporazione di quest’ultimo possa distruggere l’oggetto buono.

    La concezione di Bion sui disturbi alimentari è essenzialmente riconducibile alla sua concezione dell’apparato per pensare come sistema in evoluzione che descrive un funzionamento che può rendere pensabili elementi affettivi e contenuti privi di forma e può fare una distinzione somato-psichica, attraverso processi di decostruzione e ricostruzione.

    Con il termine pensare, Bion designa due processi, che in realtà sono diversi: c’è un pensare che dà origine ai pensieri e un altro pensare che consiste nell’usare i pensieri epistemologicamente preesistenti.
    Due meccanismi partecipano alla formazione dell’«apparato per pensare i pensieri»: il primo, rappresentato dalla relazione dinamica fra qualcosa che il bambino proietta, un contenuto,  un oggetto, e la capacità della madre di essere aperta con il bambino e che lo contiene, «contenitore»; il secondo è rappresentato dalla relazione dinamica fra le posizioni schizoparanoide e depressiva.

    In primo luogo, la madre opera da «contenitore» effettivo delle sensazioni del lattante e con la sua maturità riesce a trasformare emozioni per lui insostenibili in emozioni più «digeribili», sopportabili, in modo tale che il bambino reintroietti l’esperienza emotiva modificata e mitigata, reintroiettando, così là le proiezioni-necessita ciò che si chiama capacità di rêverie.
    I nuclei emotivi filtrati dalla funzione alfa (che elabora le emozioni in direzione della pensabilità) si trasformano in elementi alfa, immagini inconsce prevalentemente visive ma talvolta, anche, acustiche e olfattive, che costituiscono la prima tappa verso la formazione del pensiero. Gli elementi alfa non sono ancora pensieri, bensì immagini presenti nel sogno, nei ricordi, nel pensiero onirico della veglia.

    Il pensiero (il desiderio) si forma, nella teoria di Bion come in quella di Freud, in relazione ad un’assenza. 

    Se l’elemento alfa incontra la realizzazione (il seno è disponibile) dà origine ad una concezione (sensoriale-percettiva), se invece incontra una frustrazione (il seno è assente) produce un pensiero. Il pensiero è il risultato della capacità di tollerare la frustrazione, che porta non ad allucinare l’oggetto assente, dandogli un’esistenza illusoria, ma a pensare l’oggetto che non c’è, a desiderarlo, a rappresentarlo come realmente esistente (l’oggetto «buono» permane nella mente, anche in sua assenza), ma al momento non disponibile. 

    Se la capacità del neonato di tollerare la frustrazione è grande, l’esperienza/percezione del «nessun seno» viene trasformata in un pensiero che aiuta a sopportare la frustrazione stessa. […] Gradualmente questa capacità si trasforma nella capacità di immaginare che la sensazione negativa della frustrazione stia effettivamente avendo luogo a causa di un oggetto «buono» che è assente, ma, può ritornare. Se invece la capacità di tollerare la frustrazione è scarsa, l’esperienza del «nessun seno» non si sviluppa nel pensiero del «buon seno assente» (che può ritornare), ma sussiste come «seno cattivo presente»; questo è sentito come un oggetto cattivo concreto di cui ci si deve liberare mediante l’evacuazione, cioè mediante la proiezione onnipotente. Se quest’ultimo processo rimane tale, i veri simboli e il pensiero non possono svilupparsi.

    Le varie forme terapeutiche psicoanalitiche sono accomunate dalla focalizzazione non tanto sul sintomo quanto sul processo di sviluppo e di maturazione individuale a cui il sintomo viene associato. 

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