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Pubblicato da elegabry , il 17 Settembre 2018
La perversione o anche parafilia rappresenta questo diverso modo di vivere l’intimità, trattasi di pulsioni erotiche accompagnate da fantasie o intensi impulsi che in loro assenza non portano eccitamento e vincolano il piacere del rapporto.
Sono dei disturbi psicosessuali dove il soggetto per provare eccitazione e soddisfazione sessuale ha necessità di usare oggetti o comportamenti senza i quali non proverebbe piacere.
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Pubblicato da emilio84 , il 29 Ottobre 2012
La cosa più difficile, forse, nel fare bene il mestiere di padre, sta proprio nell' accogliere, fare spazio, alla figura paterna dentro di sé e nella propria vita. E quindi, innanzitutto, nell' accettarsi come figli, tranquillamente grati di ciò che dai nostri padri abbiamo ricevuto. Pronti a perdonare ciò che non hanno saputo o potuto darci.
(C. Risè, 2009, Il mestiere di Padre, p. 89)
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Pubblicato da emilio84 , il 2 Luglio 2012
L'uomo vive l'esperienza della nascita di un figlio dal punto di vista mentale e spesso non gli è facile esprimere i vissuti emotivi caratteristici di questa fase della vita. La Couvade, ci mostra invece come sia possibile da parte dell'uomo vivere la gravidanza in un modo più profondo e partecipato anche dal punto di vista somatico, in linea con il nuovo profilo della paternità di oggi.
Verranno prese in esame le antiche radici che legavano l'uomo all'evento parto da un punto di vista fisico, non verbale e non detto. Le fonti di riferimento per la trattazione seguono un percorso antropologico ancora poco investigato: rimane da capire se questo mancato interesse è dipendente in qualche modo dalla natura complessa e sfuggente del tema, o rientra comunque nello scarso filone di studi che ancora coinvolge tutta la paternità in generale. A prescindere da queste riflessioni, la couvade rimane comunque un approfondimento interessante sul tema della partecipazione paterna alla gravidanza, mostrandone aspetti esclusivi del sentire paterno.
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Pubblicato da laurasmath , il 20 Marzo 2012
Guardando a tutti gli adolescenti che mi è capitato di conoscere, sia nella vita sociale che nella mia clinica, sono certo quelli passivi, remissivi, inibiti che mi hanno destato più preoccupazioni, proprio per l’assenza di aggressività, per il loro rifiutare, evitare, bloccare, convertire, negare uno strumento di cui avevano invece bisogno, come se ad un muscolo mancasse l’innervazione o ad una automobile la benzina.
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Pubblicato da paolapsyco , il 23 Maggio 2011
La teoria dell’etichettamento (labelling approach), è nata ed è stata portata avanti negli Stati Uniti tra la fine degli anni '50 e gli anni '60; tra i suoi maggiori esponenti annovera Lemert e Becker.
Il suo più importante presupposto sostiene che la definizione di un comportamento criminale è del tutto relativa in quanto dipende dalla definizione normativa che, in quella data società e in quel dato tempo, viene attribuita ad uno specifico comportamento; in conseguenza a ciò esso sarà considerato come reato o meno.
Il criminale, dunque, è che colui che viene “etichettato” come tale dalla società e dagli organi ufficiali di controllo (polizia, giudici, istituzioni penitenziarie).
Partendo da questi presupposti, si può ben immaginare come, lo stesso meccanismo che può portare a devianza secondaria i soggetti “etichettati” dalla società, si possono creare dei bambini e degli adolescenti a rischio, quando questi vengono “marchiati” a fuoco dalla scuola, dalla famiglia o dalla società per dei comportamenti che non sono ritenuti adeguati al contesto sociale nel quale essi vivono.
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