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    Cos’è la psicoterapia psicoanalitica?


    Abstract
    Quest’articolo si propone di dare un orientamento a tutti coloro che vorrebbero intraprendere una psicoterapia nonché agli studenti di psicologia che, una volta laureati, vorrebbero proseguire la loro formazione specializzandosi in psicoterapia. Può essere difficile infatti districarsi nella scelta, visto il panorama assai vasto di approcci terapeutici.
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    Quest’articolo si propone di dare un orientamento a tutti coloro che vorrebbero intraprendere una psicoterapia nonché agli studenti di psicologia che, una volta laureati, vorrebbero proseguire la loro formazione specializzandosi in psicoterapia. Può essere difficile infatti districarsi nella scelta, visto il panorama assai vasto di approcci terapeutici.

    Anche all’interno dell’approccio psicoanalitico stesso esistono varie correnti di pensiero, ma il proposito è di dare delle linee generali utili per orientarsi e per differenziare la psicoterapia psicoanalitica dalle altre psicoterapie. Innanzitutto è doveroso chiarire da quali autori e correnti prende le mosse e si avvale la psicoterapia psicoanalitica attuale.

    La teoria di riferimento viene considerata estremamente importante, poiché non solo guida i clinici nella comprensione della persona che ha di fronte, ma illumina anche la scelta del tipo di trattamento adatto alla peculiare situazione di ciascuno.

    Ci si avvale della psicologia del’Io, derivata dalla teoria psicoanalitica classica freudiana; della teoria delle relazioni oggettuali di Melanie Klein e portata avanti da Winnicott e Faibairn; della psicologia del Sé di Kohut. A queste prospettive si sommano quelle definite “postmoderne” come il costruttivismo, l’intersoggettività e la teoria relazionale, accomunate dalla tematica secondo cui le percezioni che il clinico ha del paziente sono influenzate dalla sua soggettività.

    Attualmente l’approccio psicoanalitico si avvale anche della teoria dell’attaccamento madre-figlio di Bowlby, delle scoperte dell’Infant Research, nonché dell’utile apporto delle neuroscienze: l’architettura concettuale della psicoanalisi si è rivelata compatibile con le più recenti e accreditate scoperte neuroscientifiche, in particolare della neurobiologia e della neurofisiologia.

    La psicoterapia psicoanalitica è orientata a curare le cause, anziché a correggere un comportamento o uno schema disfunzionale. Un disturbo è visto come un qualcosa con un senso e un significato in quanto rappresenta la manifestazione di un disagio interiore da comprendere.
    E’ capire il senso sottostante al disagio che può portare ad un cambiamento reale e ad un superamento dei sintomi.

    Qual’è l’aspetto peculiare di questo approccio?
    Il considerare i fenomeni mentali come il risultato di un conflitto che deriva da potenti forze inconsce che cercano di esprimersi, e richiedono un costante controllo da parte di forze opposte che ne impediscono l’espressione.

    Ad esempio ci si può trovare in conflitto tra un desiderio e una difesa contro tale desiderio; oppure un impulso in contrasto con una consapevolezza interiorizzata delle richieste della realtà esterna.

    Un altro modo di interpretare la patologia è quello del deficit: alcune persone, per qualsiasi ragione evolutiva (es. traumi), soffrono a causa di strutture psichiche carenti o assenti. Un altro aspetto fondamentale nella spiegazione delle patologie è quello dell’inconscio mondo interno delle relazioni: ci si porta dentro diverse rappresentazioni mentali di se stessi e degli altri, e alcune volte queste possono portare a difficoltà interpersonali.

    In generale le esperienze infantili vengono considerate fattori di importanza cruciale nel determinare la personalità adulta, e i sintomi e il comportamento vengono visti come manifestazioni esterne di processi inconsci. Un elemento fondamentale è il dare risalto a quanto è proprio, tipico e distintivo di ogni singolo individuo; ciascuna persona viene considerata con alle spalle una sua storia unica e irripetibile.

    Per questo nell’approccio psicoanalitico non vengono suddivisi per categorie i pazienti a seconda dei loro comuni tratti comportamentali e fenomenologici; non vengono stilate liste di sintomi per poi incasellare la persona in un’etichetta diagnostica: al contrario ci si avvicina ad essi cercando di determinare cos’è unico, e viene dato valore al mondo interno di ciascuna persona: fantasie, sogni, paure, speranze, desideri, immagine di sé e degli altri.

    Questo modo di effettuare la valutazione diagnostica va ad incidere sugli obiettivi del trattamento. Questi vengono pensati a seconda della persona specifica che ci si trova davanti, e non si riducono mai alla sola remissione dei sintomi. In generale le finalità di una psicoterapia psicoanalitica sono conoscenza di sé e cambiamento, e, sempre in termini generali, ciò che ci si propone è:

    • comprendere la propria storia personale, le motivazioni e le circostanze della propria vita, grazie all’aiuto del clinico, ovvero creare insieme una narrazione che dia senso al passato e alla sofferenza della persona; • raggiungere un senso di libertà personale , di autonomia e di controllo della propria vita; 
    • arrivare ad una conoscenza completa della propria identità: chi si è, in cosa si crede, come ci si sente e cosa si vuole;
    • accrescere l’autostima;
    • riconoscere, esprimere e padroneggiare emozioni e sentimenti;
    • sviluppare la capacità di far fronte alle avversità della vita;
    • attenuare i sintomi;
    • riuscire ad amare, lavorare e ad avere relazioni di dipendenza matura (non essendo dipendenti da relazioni distruttive);
    • provare piacere e serenità, mettendo in luce i modi in cui una persona pensa che la felicità possa essere raggiunta.


    Da molti questo percorso di conoscenza viene definito un viaggio dentro se stessi. E’ un viaggio che non può essere facile, breve e lineare se si vogliono ottenere buoni risultati.

    Ci si può chiedere che durata dovrebbe avere questo tipo di psicoterapia. La risposta è che la durata è variabile e difficilmente si può decidere a priori. Un cambiamento troppo rapido sarebbe solo un cambiamento apparente, o di superficie, anziché essere profondo.

    Dopotutto se una personalità si è strutturata in un determinato modo in tanti anni, come si potrebbe pretendere un cambiamento in breve tempo? Ecco perché una psicoterapia di questo tipo non può dirsi conclusa dopo alcuni mesi (a meno che inizialmente non si concordi un percoso di questo tipo, come nel caso delle terapie dinamiche brevi, che si focalizzano su alcuni aspetti in particolare; ma in questo caso, appunto, non si parla di psicoanalisi).

    Tuttavia non si deve neanche pensare alla psicoterapia psicoanalitica come ad un percorso che dura necessariamente tanti anni, con tre-quattro sedute a settimana.

    Nonostante tuttora si possa scegliere di fare una psicoanalisi di questo tipo (sicuramente molto valida ed utile), viene considerata psicoanalitica anche una psicoterapia più breve e con una o due sedute a settimana. Non è la durata e la frequenza che determinano una terapia psicoanalitica, ma, come hanno messo in luce diversi autori – tra cui Gill – è il processo relazionale che si instaura tra clinico e paziente a renderla tale. Mi preme puntualizzare un ultimo aspetto: la formazione del terapeuta psicoanalitico.

    Questo è un elemento a mio avviso particolarmente importante per la tutela delle persone che si accingono a fare una consulenza psicologica o una psicoterapia, che hanno il diritto di scegliere consapevolmente un professionista adeguato e preparato.

    E’ fortemente consigliato informarsi rispetto alla formazione professionale, scientifica e analitica del candidato psicoterapeuta prima di fare una scelta definitiva.

    Tutti gli psicoterapeuti sono laureati in Psicologia o Medicina, sono iscritti ai rispettivi Albi e hanno effettuato 4 o 5 anni di specializzazione. Durante tutti gli anni di specializzazione è previsto il tirocinio, in cui vengono seguiti alcuni pazienti per un periodo di tempo adeguato.

    Nella formazione del terapeuta psicoanalitico oltre alla formazione teorica e pratica sono previste numerose ore di supervisione (individuali e di gruppo), nonché una propria analisi personale (obbligatoria per gli specializzandi di quasi tutte le scuole, o fortemente consigliata).

    Questo significa che anche (o sopratutto) il terapeuta sa cosa vuol dire essere stato un paziente, mettere a nudo la propria intimità con un’altra persona, aver fatto questo viaggio talvolta difficile e tortuoso, ma anche ricco di soddisfazioni e crescita personale.

    Credo che ogni approccio psicoterapeutico applicato da un professionista serio e competente sia potenzialmente utile; si tratta solo di fare una scelta consapevole e capire quale sia quello più adeguato per sé.

    Articolo scritto da: Maria Grazia A. Flore, Psicologa, Specializzanda in Psicoterapia Psicoanalitica. Membro del direttivo di “Calliope Associazione Bio-Psico-Sociale” 

    Bibliografia
    Gabbard G. O. (2000), Psichiatria Psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano.
    Gabbard G. O. (2005), Introduzione alla psicoterapia psicodinamica, Raffaello Cortina
    Editore, Milano.
    McWilliams N. (1994), La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma.
    McWilliams N. (1999), Il caso clinico. Dal colloquio alla diagnosi, Raffaello Cortina Editore,
    Milano.

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    C'è 1 commento.

    1. L’articolo è interessante per districarsi nella scelta di orientamento post laurea o comunque per capire l’investimento, l’impegno e il tempo necessario per diventare psicoanalisti. Ho fatto un tirocinio a Jonas che ha cpome orientamento la psicoanalisi lacaniana. grazie

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