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    Autoinganno e realtà

    Esiste una tendenza dell’essere umano a mentire a se stesso, nascondendo o negando informazioni sgradevoli che rischiano di minare la propria autostima.
     
    Tale meccanismo, insito in ciascuno di noi, prende il nome di “autoinganno” e viene messo in atto in maniera automatica, senza averne consapevolezza. Esso opera interpretando sempre positivamente il proprio comportamento, così da salvaguardare l’immagine di sé, oppure eludendo alcuni aspetti della realtà che invece appaiono palesi ad un osservatore esterno. 
     
    Lo scopo ultimo è quello di ridurre la paura e l’ansia derivanti da situazioni o valutazioni spiacevoli. Un esempio classico è quello del fumatore che afferma di non essere dipendente dal fumo ma di poter rinunciare in qualsiasi momento al suo vizio. 
     
    Complici di tale fenomeno sono i processi di attenzione e di memoria.      
                   
    Ogni giorno siamo investiti da migliaia di informazioni ed è necessario scremarne molte per non sovraccaricare il nostro cervello.
    Principalmente si sceglie di concentrarsi sugli input più rilevanti, tuttavia se un’informazione viene percepita come minacciosa o dolorosa la nostra mente può decidere di non prestarle attenzione o di occultarla per tutelare la nostra sicurezza e non cadere preda dell’angoscia e del malessere.  
                             
    Anche la memoria ricorre a tali artifizi alterando i ricordi a causa dei vissuti emotivi ed esperienziali del soggetto.
    Difatti è frequente, quando si ricostruisce un evento passato, incorrere in alcuni bias: l’egocentrismo, che ci induce a revisionare gli eventi trascorsi assegnando a noi stessi un ruolo più centrale di quanto non sia realmente accaduto, e il benefectance, ovvero la propensione ad attribuirsi il merito dei risultati positivi mentre si sminuisce il proprio ruolo in relazione agli insuccessi. E’ addirittura possibile riscrivere od inventare dei ricordi nuovi nel momento in cui si acquisiscono informazioni fino ad allora sconosciute, processo definito “riscrittura del ricordo”.   
     
    Siamo dunque ingannati ed ingannatori al contempo. 
     
    L’autoinganno è riscontrabile anche nei rapporti di coppia: esso agisce impedendoci di notare caratteristiche negative del partner che, invece, chiunque altro nota al primo sguardo. In tal senso l’autoinganno assume una valenza adattiva, in quanto consente di ignorare difetti che altrimenti faremmo fatica a tollerare.  
     
    A questo proposito lo stesso Goleman, che ha introdotto il concetto dell’intelligenza emotiva, sottolinea il valore sociale delle bugie, perpetrate abitualmente mediante allusioni, ambiguità, omissioni e dissimulazione dei sentimenti. Se utilizzate al momento opportuno esse facilitano l’interazione civile tra gli essere umani e, anzi, sono addirittura indispensabili. 
     
    Nonostante ciò un uso sconsiderato ed acritico dell’autoinganno può portare a conseguenze drammatiche: vedasi l’esempio analizzato dalla filosofa  Arendt, che considera come autoinganno il comportamento delle guardie tedesche che torturavano gli ebrei nel periodo del nazismo, spinti dalla convinzione di agire per il bene poiché mostravano obbedienza alle direttive ricevute dai superiori.
    Interrogati successivamente, hanno ribadito più volte di non provare sensi di colpa proprio perché persuasi di non aver mai esercitato alcuna responsabilità decisionale ma di essersi limitati ad una mera esecuzione degli ordini.  
     
    Ma dunque è preferibile continuare ad illudersi oppure esiste un modo per scampare alle insidie della nostra psiche?
     
    Una maledizione cinese recita il seguente monito “ti auguro di vedere ogni cosa per quello che è veramente”, evidenziando il potere distruttivo della realtà. 
     
    Ma per chi non vuole rintanarsi in false aspettative, che potenzialmente possono innescare una reazione di delusione, la soluzione consiste nell’allenarsi ad osservare la realtà da diversi punti di vista, riconoscendo ad ognuno di essi legittimità e liberandosi dalle concezioni del giusto o dello sbagliato in termini assoluti: solo in questo modo si potrà pervenire ad una coscienza del vero scevra da convinzioni fittizie.  

    Bibliografia
    Arendt, H. (1964). “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”. Feltrinelli: Milano
    Goleman, D. (2012). “Autoinganno, menzogna, illusione”. Bur: Milano
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