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    Obesità psicogena

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) classifica l’obesità nell’ambito delle malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche; dal punto di vista clinico l’obesità si intreccia tuttavia con la storia del soggetto e può diventare quasi una sindrome psicosomatica tanto che, la Classificazione Internazionale delle Malattie ICD 10, individua l’obesità di tipo “psicogeno”.

    Quest’ultima non è sostenuta da cause di natura medica e di natura endocrina o genetica ma a lungo termine porta alle stesse gravi conseguenze a livello bio-psico-sociale con una ricaduta negativa sul prodotto interno lordo della spesa nazionale per la salute per cui, si stima un costo del 6% e al pari di altre patologie croniche l’obesità, rappresenta una minaccia per la salute, l’economia e lo sviluppo internazionale.

    Lo Spettro della Dipendenza

    Uno dei problemi dei pazienti obesi è quello di perdere peso ma trattamenti particolarmente “peso-centrati” come la dieta e la chirurgia bariatrica, nel 50% dei casi sono fallimentari e risultano soluzioni semplicistiche rispetto alla complessità di una patologia come l’obesità per cui, il peso è un problema ma è soprattutto l’effetto di altro problema.
    Molti sottovalutano che chi è obeso ha sperimentato una serie di diete ed è espertissimo nel calcolo delle calorie e delle piramidi alimentari, dunque il suo problema non è iniziare una dieta ma continuarla.
    Può perdere molto peso ma, come chi improvvisamente smette di fumare e riprende dopo anni, può incredibilmente recuperare il peso perso e scivolare in quel circolo vizioso della dipendenza.
    Infatti, è di dipendenza che si tratta e tale, rappresenta il nodo cruciale  nell’epidemiologia dell’obesità che per molti aspetti è assimilabile ad vero e proprio comportamento dipendente.

    Legame tra Obesità e Mente

     
    Le ultime evidenze scientifiche, segnalano un legame tra l’obesità e la mente dato da una carenza di dopamina (neurotrasmettitori del piacere) direttamente proporzionale all’Indice di Massa Corporea (BMI). Maggiore è BMI minore sarà il numero di ricettori di dopamina e la mancanza di questi recettori  è tipica delle forme di dipendenza come l’alcolismo e la tossicodipendenza. La spinta alla sovralimentazione, quindi, non è solo una risposta alla stimolo della fame ma, nasce anche dalla necessità di stimolare più intensamente i circuiti del piacere i quali, risultano particolarmente suscettibili ai cibi spazzatura (Junk Food) che rappresentano  delle vere e proprie sostanze stupefacenti per il nostro cervello e sono precursori di quel  loop “malessere-mangiare-malessere”, per cui il soggetto deve ingerire una quantità di cibo sempre maggiore per stimolare i circuiti del piacere che non vengono attivati a sufficienza dall’interazione con l’ambiente.
    La presenza ridotta dei recettori della Dopamina spiega inoltre, il minore livello di auto-efficacia dei soggetti obesi e la loro difficoltà nel continuare la dieta e mantenere un impegno nel lungo termine per effetto di disinibizione “ho provato-ho fallito-mi lascio andare al piacere del cibo” optando per un adattamento temporaneo ad un problema destinato ad assumere dimensioni  sempre più ampie e speculari al peso e alle misure strabordanti tipiche dell’obesità.

    Funzione Strumentale del Cibo

    La massa adiposa rappresenta una sorta di barriera protettiva dal mondo esterno e dai sentimenti di vuoto e di disvalore, che si superano illusoriamente riempiendosi di cibo che funge da strumento di  automedicazione e fa aumentare di volume fino a divenire una “persona di peso”.

    Dall’altra il cibo è uno strumento fortemente aggressivo per l’obeso che può “mangiare fino a scoppiare” con una serie di complicanze correlate come: problemi di salute e diminuita aspettativa di vita.
    Chi soffre di obesità psicogena, ogni qual volta è posto di fronte le emozioni è assalito dall’ansia di non saper gestire la sua emotività, così cerca di affogarla tra un‘abbuffata incontrollata e un’altra. Questo alimentarsi in modo reattivo, si configura come una sorta di eutanasia emotiva in grado ammazzare l’emozione e sbrindellarla in stralci, senza che sia avvenuto prima un processo di codificata e decodificata.

    Le emozioni pertanto, non sono esperite come tali ma attraverso l’ iperalimentazione come unico mezzo di comunicazione dell’emotività.
    L’obeso vive di conseguenza una difficoltà nel riconoscere i bisogni del proprio corpo, affrontando in maniera caotica e confusa qualunque stato di malessere lo colpisca perché non è in grado di  distinguere il malessere fisico da quello psicologico e ha un deficit della funzione riflessiva  da cui dedurre la qualità di tutti i rapporti che si costruiranno nell’avvenire ma anche quelli passati.

    Il Primo rifiuto in Amore non si scorda mai

    Il più della volte si tratta di un esperienza appresa durante i primi anni di vita, in cui l’alimentazione non solo rappresenta il presupposto per la sua sopravvivenza ma è fondamentale per costruire un legame affettivo- relazionale sicuro.
    Quando la risposta che la madre fornisce a fronte di qualunque malessere del bambino è il cibo, questi crescerà senza una base sicura e senza essere in grado di distinguere i differenti disagi che prova imparando a dare a tutto un’unica risposta: mangiare.

    Mangiare diventerà il suo Modello Operativo Interno e la soluzione a qualsiasi problema. In realtà è la più vecchia  reazione al dolore, quello del “chiodo schiaccia chiodo” quando un innamorato ha perso la sua relazione basilare e cerca di compensare un vuoto con  “altri rifiuti” senza nutrire se stesso e il terreno per i nuovi fiori che sognerà nel suo giardino nella primavera delle sue idee.

    ….Verso il trattamento

    Vista la complessità del tema, occorre che sia riconosciuta l’importanza di ciascun fattore bio-psico-sociale che ha determinato l’obesità per programmare un intervento adeguato che predilige un approccio multidimensionale integrato coinvolgendo varie figure professionali per intervenire in termini diagnostici, preventivi e terapeutici
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