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    Stanchezza cronica, ecco i fattori di rischio

    Stati di nevrosi, introversione, inattività durante l’infanzia sono alcuni dei fattori che maggiormente predispongono alla sindrome da affaticamento cronico. È quanto riferito da Judith Prins della Radboud University Nijmegen Medical Centre, in Olanda, che ha pubblicato sulla rivista The Lancet i risultati di una revisione di una serie di studi sull’argomento per capire l’origine complessa della malattia.

    Da questa retrospettiva è emerso che sono importanti anche fattori genetici predisponesti alla malattia, nonché fattori ambientali che premono il grilletto della suscettibilità individuale alla malattia, facendola scoppiare. Secondo i canoni internazionali la sindrome da Stanchezza Cronica è definito dalla presenza di una serie di condizioni, per cominciare una fatica cronica persistente per almeno 6 mesi non alleviata da riposo e che si esacerba con piccoli sforzi, provocando una sostanziale riduzione dei livelli precedenti delle attività occupazionali, sociali o personali. Gli individui affetti da stanchezza cronica, inoltre, spesso presentano, anche questi per almeno 6 mesi, sintomi quali disturbi della memoria e della concentrazione tali da ridurre i precedenti livelli di attività occupazionale e personale, faringite, dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e ascellari, dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazioni o rigonfiamento delle stesse, cefalea, sonno non ristoratore, debolezza post esercizio fisico che perdura per almeno 24 ore.

    Poiché si tratta di una sintomatologia tutt’altro che specifica, spesso è difficile fare una diagnosi e questo procura ai pazienti non pochi disagi relazionali e professionali, poiché speso la loro stanchezza non è presa nella dovuta considerazione. Nell’indagine retrospettiva sulla malattia i ricercatori hanno fatto il punto delle conoscenze sulla sindrome rilevando i differenti fattori che predispongono ad essa, le condizioni scatenanti che ne determinano la comparsa e quelle che ne perpetuano i sintomi.

    È emerso che tra i fattori principalmente predisponesti ci sono stati di nevrosi, introversione, inattività durante l’infanzia, ma che anche la genetica può avere un ruolo nella malattia in quanto numerosi studi hanno riscontrato una certa suscettibilità di natura ereditaria.
    Sul fronte dei fattori che invece la scatenano nelle persone predisposte, è emerso che il grilletto scatta principalmente in seguito a gravi ed improvvise tensioni sia fisiche sia psicologiche, come la perdita di una persona cara. Altri fattori che fanno scattare il grilletto sono infezioni virali, per esempio infezioni del virus Epstein-Barr.

    Sul fronte dei fattori che acuiscono e perpetuano i sintomi, hanno trovato gli esperti, ci sono soprattutto stati psicologici particolari. Da questa revisione delle conoscenze della malattia emerge dunque un quadro complicato ma più nitido: l’eziologia e la patogenesi della sindrome da affaticamento cronico si crede siano multifattoriali. Distinguere tra fattori che predispongono, acuiscono, perpetuano i sintomi della malattia è utile per capire questo complesso disturbo. Gli autori hanno aggiunto che la terapia comportamentale cognitiva, una forma generale di psicoterapia diretta al cambiamento di comportamenti e processi mentali legati alla malattia, insieme a certi esercizi sono gli unici interventi dimostratisi benefici contro la malattia. La terapia comportamentale cognitiva insegna ai pazienti come acquisire il controllo sui sintomi, hanno concluso gli esperti.

    Biblio: Judith B Prins et al. Chronic fatigue syndrome. www.thelancet.com

    Autore: Paola Mariano
    Fonte: http://it.health.yahoo.net

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